Per non dimenticare...I mezzi cambiano, ma la storia è sempre la stessa. O, se preferite, il lupo perde il pelo ma non il vizio. Siamo nel giugno 1982, e l’Università dell’Arizona (U.A.), unitamente alla Smithsonian Institution, allo Stato del Vaticano e all’Osservatorio Astrofisico di Arcetri (ma inizialmente i partner sono molti di più), indica le vette di foresta vergine del monte Graham come siti idonei per la costruzione di 18 telescopi astronomici. Ha così inizio una brutta storia di leggi ambientali che vengono aggirate, di pressioni politiche ed economiche verso gli enti preposti a svolgere studi di impatto ambientale, di menzogne date in pasto all’opinione pubblica mondiale in nome del «progresso scientifico».
Nell’ottobre 1988 il Congresso U.S.A. (senza un dibattito pubblico, obbligatorio per legge) approva il progetto per la costruzione dei telescopi, denominato ironicamente «Columbus» autorizzando un’esplicita eccezione alle leggi ambientali (National Environmental Policy Act, «Legge nazionale per le politiche ambientali», 1969; Endangered Species Act, «Legge per le specie minacciate», 1973). Questa eccezione costa all’Università un milione di dollari per tre mesi di pressioni di lobby a Washington.
Alla fine dell’89 inizia il disboscamento per la costruzione di una seconda strada (ne esisteva già una) per raggiungere la vetta della montagna. Oltre 1000 alberi secolari vengono abbattuti, e intanto il numero di scoiattoli rossi del monte Graham (una specie dichiarata scomparsa nel 1968 ma «riscoperta» sul massiccio montuoso quattro anni dopo) diminuisce fino ad un centinaio; la loro sopravvivenza dipende interamente dalle pigne delle grandi conifere che vengono abbattute.
Ma nel frattempo coloro che di fronte agli interessi di portafoglio mettono la ragione non stanno certo a guardare: il Governo Tribale di San Carlos vota quattro risoluzioni contrarie al progetto (che intanto ha visto ridurre a tre il numero di telescopi previsti); si costituiscono l’Apache Survival Coalition («Coalizione per la sopravvivenza Apache», formata da nativi) e la Mount Graham Coalition, associazione ambientalista per la difesa della Montagna Sacra.
Entrambi i gruppi denunciano nei tribunali le continue violazioni delle leggi americane da parte dell’U.A. e dei suoi partner, che intanto abbandonano via via il progetto, divenuto oramai negativo dal punto di vista dell’immagine. Oltre 20 atenei affiliati alla National Optical Astronomy Observatories (N.O.A.O.) abbandonano il progetto dopo che la N.O.A.O. stessa indica altri siti possibili per il telescopio, tra i quali uno in Cile e l’altro a Mauna Kea, nelle Hawaii. Le Università del Texas, del Michigan, di Chicago, di Toronto, di Pittsburgh, la Ohio State University escono dal progetto dopo le forti proteste studentesche. Anche la Smithsonian Institution e la prestigiosa Università Harvard abbandonano l’impresa.
Dopo l’abbandono di tutti i partner statunitensi, rimangono ora soltanto quelli europei: il Max Planck Institut (Germania) ha già realizzato il proprio telescopio, il primo dei tre. Il 2 ottobre 1990 i bulldozer della Specola Vaticana, emanazione scientifica della Santa Sede, hanno fatto scempio di uno dei luoghi più sacri al popolo Apache, abbattendo numerosi alberi e costruendo in pochi mesi il proprio telescopio a tecnologia avanzata (il secondo, detto V.A.T.T.) in barba alle recenti scuse del Pontefice, Giovanni Paolo II, sui crimini commessi dal Cattolicesimo verso le altre culture.
(Sarà forse questo precedente che spiega il gran rifiuto di Ratzinger per la Scienza?).
Il terzo osservatorio, quello dell’U.A. e dell’Osservatorio Astrofisico di Arcetri (Firenze), dovrebbe contenere il più grande telescopio dell’emisfero Nord. Per costruirlo, il 7 dicembre 1993 l’U.A. ha tagliato, con un blitz notturno, 250 alberi secolari per quasi un ettaro di foresta vergine in un’area situata 1 km ad Est del sito concesso, su Emerald Peak. Ciò è stato fatto principalmente per cercare di invalidare la causa legale intentata dagli oppositori per le evidenti violazioni della legge (ponendoli cioè di fronte al fatto compiuto), oltre che per il fatto che il lato Est di Emerald Peak presenterebbe minori turbolenze dell’aria permettendo così una migliore visibilità.
Proprio questo terzo telescopio, insieme agli altri due già esistenti, è oggi al centro di un’aspra battaglia senza esclusioni di colpi, negli U.S.A. come in Italia. Apache e ambientalisti si battono contro l’U.A. e i suoi partner europei, tra i quali figurano anche una ditta milanese con una commessa miliardaria, la BCV Progetti, e due ditte di Lecco. Il governo italiano non ha mancato di contribuire, chiaramente dalla parte del più forte e magari per rilanciare il made in Italy all’estero, stanziando 25 miliardi di finanziamento all’Osservatorio di Arcetri tramite il ministero per l’Università e la Ricerca Scientifica. Nel luglio ’94 il giudice federale Marquez ha però bloccato i lavori per la costruzione del telescopio, ordinando nuove verifiche di impatto ambientale dopo il taglio illegale di alberi fuori della zona autorizzata.
La decisione è stata confermata in appello qualche mese dopo da un altro magistrato federale, il giudice Alarcon. Tale sentenza si occupa però soltanto degli aspetti ambientali, senza tenere conto di quelli culturali e religiosi, in teoria assicurati dalla mai completamente applicata «Legge per la libertà religiosa dei nativi americani» del 1978 (Native American Religious Freedom Act), la quale dovrebbe consentire agli indiani illimitato accesso ai luoghi sacri (cosa evidentemente impossibile sul monte Graham, sulle cui vette è stato proibito l’accesso, e in moltissimi altri siti).
In un recente saggio intitolato Sacred Lands and Religious Freedom («Terre sacre e libertà religiosa»), l’avvocato Lakota Vine Deloria jr, docente di Studi indiani americani all’Università di Boulder, in Colorado, ha messo in luce con l’amara ironia che lo contraddistingue quanto il sistema legislativo statunitense solo teoricamente protegga la facoltà dei nativi di accedere alle ultime terre sacre ancestrali (oggi trasformate quasi tutte in parchi nazionali), mentre nei fatti tale possibilità venga sacrificata sull’altare dell’onnipresente profitto economico. Il caso del monte Graham, pur estremamente simbolico è soltanto un esempio.
Altri riferimenti qui, qui e anche qui.
(Da: La storia degli Apache. Jean-Louis Rieupeyrout (CDE S.p.A. - Milano, giugno1997)























1 commenti:
Mancanza di rispetto per la natura, per le persone, sfruttamento selvaggio e insensato, idoltaria del dio denaro.
Tutto si tiene, in fondo...
^_^
Un salutone
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