domenica 19 ottobre 2008

Sono Sylvius, ottavo nano del bosco, abbandonato da Biancaneve

. domenica 19 ottobre 2008
Contro lo stress da berlusconismo, leggiti le “Novelle siciliane rivedute e corrette”.

C’era una volta un povero disgraziato di italiano, che per farsi un dispetto da sé, tradì Prodi e votò per Berlusconi e malgrado l’altissimo indice di gradimento che il premier ogni giorno assommava non riusciva ad arricchire come lui. Quel povero disgraziato, per campare, si mise a raccoglier cavoli. Aveva tre figlie femmine e tutte e tre in età da marito. Una mattina disse alla più grande: “Andiamo!”, e quella s’incamminò con il padre e si misero a cercar cavoli. Ma cerca e cerca, né cavoli né broccoli trovavano, solo erba e ortica. Ma la figlia, che aveva la vista lunga, s’accorse d’un fungo e si mise a tirarlo. Quel poveraccio del padre pensava ad un fungo velenoso ma l’aiutò lo stesso a tirare. E tira tu che tiro io, alla fine il fungo fu strappato! Sorpresa!!!

Chi apparve da sotto il fungo? Un nanosilvio somigliante come una goccia d'acqua all'originale che si presentò, turbolento e ossequioso al contempo. Bisogna ricordare ai lettori che c’era da quelle parti una vecchia leggenda sul nanosilvio, ma nessuno ne aveva mai visto uno, da mille anni a questa parte. E quello fu veramente un incontro straordinario.
- Salve, sono Sylvius, l’ottavo nano del bosco, quello che fu abbandonato da Biancaneve, che Dio la stramaledica. E voi chi siete, che ci fate nei miei possedimenti?
E quel povero padre disse ad alta voce ciò che aveva pensato prima: “Lo dicevo io che era velenoso!”.
- Allora, che fai, paghi pegno per esserti intrufolato nel mio regno. Chi è questa bella ragazza? Che bella fiola. Sei la figlia? O sei sua moglie. No, sei sua figlia. Tu, lasciami tua figlia, che io esco pazzo per le donne, che me la porto qua sotto che ci ho un palazzo che è una sciccheria.
- E lo chiedi a me? A lei, chiedi. Tu, ci vuoi andare con questo nanosilvio?
- Sissignore!

Appena che la ragazza ebbe finito di dire la penultima sillaba, il nanosilvio mise mano ad una saccoccia piena di denari e disse: “Tieni, per il tuo disturbo. E tu, vieni con me!”.
E la bella figheira disse al padre: “Vossìa, mi saluta a mia sorella Michela Vittoria e a Mariastella !”.
E il nanosilvio disse alla bella figheira: “E scommetto che tu ti chiami Mara?”.
- Sì, anche se al mio paese mi chiamano tutti bella figheira.
- Allora, buonuomo, dite a Michela Vittoria e a Mariastella di venire qua ogni tanto, a questo buco, a trovare questa bella figheira. Mi farebbe moltissimo piacere.
E l’ex disgraziato, ora in danaro, se n’andò a casa dove raccontò tutto alla moglie che poi si fecero una cena che durò tutta la notte e quella successiva.

Andiamo che laggiù, nel sotterraneo lussuoso, il nanosilvio impose le mani alla bella figheira e le disse: “Tu mi sarai fedele sempre e farai ciò che ti dico. In cambio, queste ricchezze saranno tue”.
Mangiarono, bevvero, fecero quello cosa là che poi ne parlarono tutti ma non si sa bene perché lei glielo fece e alla fine il nanosilvio disse: “Parto. Devo andare ad incrementare il mio share personale. Sto fuori un mese perché poi devo andare in conflitto d’interessi tra banche, televisioni e giustizia, ma tu non preoccuparti, tornerò sano e salvo, anche se molti se ne usciranno con le ossa rotte a causa dei miei conflitti. Ecco, ti lascio questa mano viva e calda”, e mentre lo diceva si strappò di netto la mano destra. Colò del sangue fatato, e quel sangue lui, con uno schiocco di dito, lo trasformò in una nuova mano.

- Che ne devo fare?, disse la bella figheira.
- Niente, la tieni un attimo sul tuo cuoricino e poi, prima di cena, te la mangi.
- Cruda?
- È più buona. Se non la mangi, guai a te!
Lei promise e il nanosilvio partì per le sue avventure che tanto lo impegnavano. Il nanosilvio era pubblicamente un uomo grande, generoso, tollerante, intelligente, religioso, pio e galante. Ma in privato, si racconta, fosse di tutt’altra pasta. Ma a noi i suoi fatti privati non interessano. Solo sappiamo che durante le notti di plenilunio cantava serenate a una certa Italia, col suo chitarrista privato Cella Api, e che quando questi sbagliava qualche accordo, lui gli spaccava la chitarra sul cranio: voce di popolo, però, niente di sicuro...

La bella figheira, fissò a lungo quella mano, era orribile a vedersi, piena di sangue raggrumato e di peli del nanosilvio, ancora pulsante e invitante. Sentiva dentro di sé, la povera figheira, una vocina che le martellava il cervello: “Mangiami, mangiami”. Ma lei, piena d’orrore – vorrei vedere voi alle prese con la mano destra di un nanosilvio – si chiuse nel bagno e la buttò nel cesso. Ecco!

Dopo un mese nanosilvio tornò dalle sue avventure che lo avevano visto protagonista di fronte al mondo e al suo emilio privato dichiarò: «Sul clima il mio palazzo non è isolato. D'accordo con me anche altri nove palazzi sotterranei» e poi le chiese:
- Allora, dov’è la mano?
- Me la sono mangiata.
Ma nanosilvio che era un furbacchione cominciò a chiamare: “Manina mia, dove sei?”, e quella a rispondere: “Sono qui, quiii, nel cessoooo”. Lui andò, la prese e se la rimise, poi afferrò una spada qualsiasi di quelle appese alle pareti e staccò di netto la testa alla bella figheira buttandola in una camera insieme alle altre. Nessuno sapeva di questa camera degli orrori, tranne lui, io che lo scrivo e voi che ne leggete; per il tanto amore che portava alle donne, alla fine di ogni storia d’amore, ne collezionava le teste.

Dopo questa testa, il padre gli portò a Michela Vittoria ed in cambio ne ricevette denari tanti, ma anche questa finì senza testa in quella camera. Fu Michela Vittoria una storia fugace e senza futuro.

Dopo quest’altra testa, il padre gli portò a Mariastella, che non era né una bella figheira né una rossa di capelli, ma aveva una furbizia di mille volpi e un lupo.

Nanosilvio le snocciolò la solita solfa e se ne partì dalle parti del Messegué a ricostituirsi l’organico. Mariastella che fece? Dopo l’esperienza col maestro unico a Mariastella era rimasto come un vuoto nel cervello e il suo chiodo fisso era, appunto, come liberarsi delle appendici inutili e quella mano raccapricciante del nanosilvio rappresentava per lei una cosa fin troppo inutile. Decise di sbarazzarsene come poi avrebbe fatto con i rami secchi della scuola pubblica. Prese un mortaio e cominciò a mortarizzare quella mano fino a ridurla in cataplasma. Poi se l’attaccò allo stomaco con una fascia e si rimise a studiare lo statuto dei lavoratori della scuola.

Vah che tornò il nanosilvio che le chiese della mano e quella rispose: “Sono sullo stomaco”. Quello invece la cercò al cesso ma non trovò niente e si convinse che Mariastella era l’unica che seguiva ubbidiente le sue indicazioni. Decise così di donarle tutte le Scuole del Paese dicendole: “Ecco qua tutte le Scuole ai tuoi piedi. In questa scuola c’è rimasta ancora un po’ di Cultura. Taglia qua taglia là, fai ciò che vuoi, ma non farmeli avere più tra i piedi”.
Si salvò soltanto uno striminzito ragazzetto che avendo imparato a memoria la poesia della Cavallina storna la mosse a pietà e lo salvò dalla scure.

Il nanosilvio, visto che tutto procedeva regolarmente, si infilò nel buco dal quale era uscito, in attesa di prossime teste da tagliare e Mariastella, rimasta l’unica insegnate unica di tutto il reame, insegnò a dei piccoli funghi, fino alla pensione. E questo è quanto, per ora, in attesa di nuove storielle.


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