martedì 28 ottobre 2008

E Veltroni, disse: sorgiamo, troppo lungo fu il dolor

Contro lo stress da persecuzione e antipiddìdemocratico di Berlusconi, leggiti le “Novelle siciliane rivedute e corrette”.

C’era una volta Walter Primo, reuccio del reame di Roma, un’enclave semilibera di Forza Italia, nella provincia del Piddielle. Questo re aveva una moglie e una figlia. La moglie era così così, tipo rosybinda, ma meno rosea e più paffutella; la figlia era un chiaro di luna, molto vicina a santa Paola Binetti nella spiritualità, ma più democratica della Finocchiaro. Questa figlia era la pupilla degli occhi loro. E, fra tutti, era quella più battagliera e coriacea.

Vah che un giorno venne un qualunque democratico e disse al re:
- Re, passavo davanti alla giungla di Montecitorio e incontrai l’Antonio selvaggio.
- Cazzi!
- No, niente cazzi: aveva un megafono e arringava i tuoi sudditi democratici con questo tenore...
- Ah, s’è portato pure a Bocelli?
- No... il suo tenore di voce naturale... e urlava: “Basta con questi ozi di Capua. Voglio metter le cose a posto. Portatemi qua la figlia del reuccio”.
- A chi? A Paoletta?
- Così, disse l’Antonio selvaggio, mentre menava gran megafonate a destra e a manca. Poi puntò su di me, un democratico qualunque, quel suo megafono e mi disse: “Tu, che fai finta di non sentire, vai da Walter e digli che voglio la Paoletta per moglie. Se non l’avrò fra tre giorni, guai a lui!”.
- Furbo, l’Antonio, ché Paoletta è l’unica della famiglia battagliera. Se gli dò la mia battagliera, che mi resta?

Così che il re riunì lo stato maggiore del Piddì e disse a suoi delle minacce dell’Antonio. San Bettini, il nume tutelare del reame, suggerì: “Cerchiamo una bella ragazza, vestiamola come la Paoletta, e mandiamola lì: l’Antonio sarà contento. Lei dovrà solo presentarsi come la figlia del re”. E il giorno appresso la ragazza tornò indietro afflitta.
- Che è, ch’è successo?
- L’Antonio mi domandò: “Chi sei tu?”, e io: “Sono la Paoletta”. “Lasciami vedere”. Mi sbottonò la... manica del braccio sinistro e urlò: “Tu non c’azzecchi niente. Qui manca il tatuaggio “croce e tormenti” sul braccio sinistro. Vai e dì a Walter che se fra due giorni non sarò soddisfatto, guai a voi!”.
- Cazzi!, sbottò il reuccio, l’Antonio sa del tatuaggio. È impossibile ingannarlo.
San Bettini, allora ebbe un’altra idea: “Re, cerchiamo una ragazza qualunque ma democratica, chiamiamo un pittore che le dipinga un tatuaggio simile a quello e vestiamola con uno dei sai firmati all’ultima moda che tua figlia indossa.

La falsa Paoletta partì e andò dall’Antonio che le chiese: “Chi sei?”. “Sono la Paoletta”. “Lasciami vedere”. Guardò il braccio sinistro, passò oltre e disse: “Il saio non è conforme ai dettami della castità. Guarda qui, c’è una firma che si vede lontano un miglio”. Poi le strappò il saio e vide che sotto mancava il cilicio di giornata. Con occhi rossi di fuoco, sbottò: “Torna dal tuo re e digli che se fra un giorno non mi darà la vera Paoletta, qui succede un quarantotto!”.

- Cazzi!, disse Walter, appena seppe dell’insuccesso del piano. E chiamò San Bettini e lo strattonò di brutto, pacato e sereno: “Senti tu, prima mi hai fatto perdere le elezioni, ora mi stai facendo minacciare dall’Antonio selvaggio. Io ti mando in Parlamento a lavorare!”.
Allo scadere dell’ultimatum la situazione non era delle migliori. La moglie Rosybinda piangeva. Massimino si tormentava il baffetto, Pierino s’ischeletrì fino all’anoressia, Letta e Franceschini giocavano alla battaglia navale, san Bettini divenne bulimico mentre la Finocchiaro rilasciava dichiarazioni rivoluzionarie. San Bettini allora disse: “Basta là, dobbiamo sacrificare la Paoletta”. E la Paoletta, come d’incanto, apparve sulla soglia della sala e disse, raggiante: “Sì, mi sacrifico volentieri!”. E tutti applaudirono. Indossò il suo saio da sposa e il cilicio da vergine e andò, solinga, incontro al suo atro destino.

Non se ne seppe più nulla per un anno, un mese e un giorno.
Un giorno, a Palazzo del reuccio, arrivò un nanetto alto due spanne, gobbo e sbilenco, che chiese di parlare con Walter. E poi aveva pure un naso che pareva un becco di barbagianni e certi occhietti piccini piccini da civetta. Veniva da ridere al solo guardarlo, ma il Walter non rideva perché aveva perduta la sua figliola battagliera.
- Re, io non sono quello che sembro e non somiglio a quello dei tornelli. Sono uno qualunque che ha un piccolo appezzamento di terra nei paraggi chiamato la Terra degli Uomini Liberi che voglio ingrandire. Ho saputo della triste storia che ti fa soffrire. Ti faccio una proposta. Se io libero la tua figliola dalle mani del selvaggio, tu mi darai la metà del tuo regno?
- La metà? No, tutto, per amore della Paoletta.
- Parola di re?
- Parola di re non si ritira.

Il nanetto partì e nel giro di una settimana rintracciò l’Antonio selvaggio e lo prese prigioniero con una violenta ghedinata sul muso e un'alfanata sulla lingua per contrappeso. Lo buttò, incatenato, in una segreta della Terra degli Uomini Liberi, e di quest’uomo malvagio si persero definitivamente le tracce. Poi aprì le stanze dell’alcova e vide una donna che somigliava alla Paoletta, ma più viva, in carne, che appariva come una provocazione al comportamento austero del poer nanu: aveva il rossetto "full potential lips", un fondotinta a sfondo erotico e un paio di ciglia alla "madonna", un cilicio con chiavistello in similpelle aderente, facile da togliere. Pensò per un attimo di tenersela per sé, ma più forte fu il desiderio di ingrandirsi le sue proprietà. La prese quindi per mano, prese anche il megafono, simbolo della ferocia dell’Antonio e si presentò a Walter.

Un mese di festeggiamenti e di festival inneggianti alla libertà. Il poer nanu si godeva legittimamente il trionfo per avere liberato il reame dal malvagio Antonio.
Ma di cedere la metà del regno al poer nanu non se ne parlava proprio, anche perché con il ritorno della figlia battagliera, il reuccio aveva ripreso il vigore dei tempi migliori.
Ma il poer nanu, spazientito, fu costretto a denunciarlo all’opinione pubblica. A Walter gli cadde la faccia a terra per la mortificazione subita, ma ostinato, continuava a negare la sua promessa. Allora il poer nanu che fece? Raccolse più gente possibile sotto di sé (era salito su un trono gigante di sei piani) e disse: “Che faccio, mi butto?”. E tutti: “Lo faresti davvero, per noi?”. “Certo, che mi frega, tanto io non sono quello che sembro, sono fatato!”.
“E allora buttati, buttati, facci vedere, se arrivi tutt’intero, faremo una sollevazione popolare e daremo a te quel che è di Walter e a Walter un calcio nel retrotreno”.

E lui si buttò. Ma a metà caduta non s’aprì il paracadute e quello si sfracellò a terra.
A Walter restò magicamente il reame mentre il trucchetto del paracadute del poer nanu non funzionò per la famosa e malefica legge del contrappasso.
Ma al poer nanu, comunque, fu innalzato un monumento alto circa 80 cm che riportava questa epigrafe:
«Si volle buttare coraggioso alla conquista del mondo sottostante ma ne conquistò solo l’eterna riconoscenza dei democratici del reame».


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2 commenti:

  1. Walter al posto di Paoletta avrebbe mandato volentieri Massimino, ma aveva i baffi.

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  2. bellissima River, il finale grandioso, 80 cm di statua e l'epigrafe, strepitosi.
    Aspettando che lo facciano papa...
    un saluto e buona settimana.

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Heracleum