Una conversazione in cui fu coinvolto Pericle, viene riferita, parola per parola, da Senofonte. Alcibiade, figlio di Clinia morto a Cheronea, e pupillo di Pericle, cresceva irrequieto, bello, vivace, intelligente, viziato e conteso da amanti rivali. Cercò di redimerlo - ma si trattava di un'impresa ardua - Socrate, allora trentacinquenne, che era solito affermare, nel suo modo apparentemente ingenuo, di essersi anch'egli invaghito di Alcibiade, e di essere sensibile al fascino delle belle creature.
Di temperamento austero, ebbe grande influenza sul giovane e su altri della nuova generazione. Era, come loro, interessato al nuovo pensiero, ed essi restavano affascinati dal suo modo di affrontare i problemi, ingenuo in apparenza, ma in realtà acuto, incisivo nelle definizioni; aveva una dialettica che non lasciava scampo al pensiero fumoso. I giovani, che amavano ascoltarlo mentre sgonfiava i boriosi, riportavano a casa i trucchi imparati da lui, per sperimentarli sui loro parenti anziani. Agli occhi di costoro, Socrate cominciava a essere impopolare, ma a lui non interessava.
Ecco lo sfondo culturale per capire la domanda che, un giorno, Alcibiade rivolse a Pericle:
A. - Potresti spiegarmi che cosa sia la legge?
P. - Certamente.
A. - Allora ti prego di farlo; perché, quando sento di persone elogiate perché sono rispettose della legge, penso che nessuno potrebbe meritare una simile lode, se fosse all'oscuro di cosa sia la legge.
P. - Bene, non è molto difficile. Sono leggi tutti i decreti che il popolo in assemblea ha approvato e reso pubblici decidendo ciò che non si deve fare.
A. - ...decidendo che dobbiamo compiere azioni giuste? O azioni malvagie?
P. - Dio mio, ragazzo! Giuste certamente, non malvagie.
A. - Ma allora, se non è il popolo, come accade là dove domina un'oligarchia, ma è una minoranza a riunirsi e a rendere pubblici i suoi decreti, che cosa succede?
P. - Tutto ciò che il governo della città, dopo aver deliberato, decreta che deve essere compiuto, è chiamato legge.
A. - Ma allora se un tiranno, che controlla la città, stabilisce quel che i cittadini devono fare, questa è forse legge?
P. - Tutto ciò che un tiranno pubblicamente decreta, in quanto egli è il governo, viene chiamato legge.
A. - Ma, Pericle, che cos'è il potere illegale e arbitrario? Non si ha forse quando il più forte costringe il più debole, con la forza e senza il suo consenso, a fare ciò che vuole lui?
P. - Sono d'accordo.
A. - Allora le azioni, cui un tiranno costringe i cittadini attraverso i suoi decreti, senza il loro consenso, sono la negazione della legge?
P. - Sì, ne convengo; ritiro la mia affermazione che sia legge ciò che un tiranno decreta, senza approvazione del popolo.
A. - Cosa dire dei decreti di un'oligarchia, se essa legifera per il popolo senza il suo consenso, esercitando una costrizione?
P. - Tutto ciò che un uomo costringe un altro a fare senza il suo consenso, per mezzo di un atto pubblico o in altro modo, mi sembra sia arbitrio, non legge.
A. - Allora, quando il popolo, che è più forte dei ricchi, legifera per loro senza il loro consenso, è questo un arbitrio, o è invece legge?
P. - Oh, Alcibiade, ero bravo in simili questioni quando avevo la tua età. Noi usavamo dibattere e sofisticare proprio su questo genere di cose.
A. - Se almeno avessi conversato con te quando eri al tuo meglio, Pericle!
Ogni allusione alla vita politica contemporanea è puramente verosimile!