domenica 30 novembre 2008

Cave ne cadas!

Cave ne cadas!

Se volete ridere, a disposizione.
Se volete piangere, fate pure.
Gli occhi è tutto il linguaggio che mi resta, il resto sono solo corpuscoli indefiniti e senza certezze.



Con il berlusconismo la società ha finito di guardare e ha smesso di ascoltare.
Risultato: omette di pensare.

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mercoledì 26 novembre 2008

Sant’Antonio Gramsci da Ales

Sant’Antonio Gramsci nacque ad Ales, in Sardegna, dove già fervono i preparativi per una statua che ricordi l’uomo che in punto di morte, da comunista divoratore di bambini, divenne un integerrimo essere umano entrato nelle grazie dello spirito santo.
È stato un politico, un filosofo e un giornalista, non come la maggioranza dei giornalisti di oggi, taciturni e ossequiosi ai poteri ma addirittura andando in penitenza rinchiuso dentro le patrie galere fasciste del dittatore Mussolini, e in extremis, preso da grande pentimento, per una vita vissuta senza regole cristiane e, probabilmente da ateo, chiese di poter baciare un santino.
Allo stato attuale sappiamo che nel santino c’era l’immagine di Gesù Bambino che le suore si portavano appresso per farla baciare ai malati.

Ci sono suore che te le raccomando. Ne sanno una in più di un cardinale, di un frate, di un prete e del diavolo! E, così come vorrebbero farcelo credere, sulla riconquistata fede di Gramsci, anche noi vorremmo farvi credere che quelle suore, dio le strafulmini, passavano tra i letti degli ammalati, del nosocomio “Quisisana” - nome che è tutto un programma, dov’era ricoverato Gramsci -, costringendoli, anzi no, schiaffandogli direttamente sul muso ai malati l’immaginetta sacra, e quello era bell’e mondato. A quei tempi non esistevano ancora i paparazzi a caccia di scandali sessuali tra i politici pronti a immortalarli, né quelli che cercavano qualche comunista agonizzante che cercava ristoro nella fede cattolica. Ma è bastata un’immaginetta sulla bocca di Gramsci, che subito la suora ne ha testimoniato lo storico evento.

Perché Gramsci in punto di morte chiese di baciare un santino? Forse, per quell’uomo intelligente che era, aveva deciso di accontentare la suora che non s’è fatta pregare due volte, per togliersela dalle balle.

Comunque, IO, razionalmente, NON CI CREDO. E nemmeno passionalmente.
E non solo perché mi va di difendere un principio categorico che è che non di tutti i morti si può parlarne invano... ma anche se fosse, non significa proprio niente.
Quando un regime, come quello che si è instaurato in Italia, ha bisogno di far prevalere le ragioni delle proprie “discipline sociali”, S’INVENTA DI TUTTO, perfino inquinare la memoria di un UOMO come Gramsci che del suo pensiero si sono pasciuti perfino molti ex comunisti, dai quali ora mi aspetto sfracelli.
E poi se quest’atto di fede viene sottoscritto da un penitenziere emerito della Santa Sede, il monsignor De Magistris, allora DEV’ESSERE VERO!!!
E se confermato da Cossiga, presidente emerito, non ci sono più dubbi. Così è!
Loro c'erano!

Questo piccolo grande scoop di bugie creato ad arte serve alla causa della Restaurazione non solo del potere già in atto ma perfino alla causa delle crisi delle vocazioni che tanto spaventa il Vaticano.
E da quelle parti non badano a spese pur di raggiungere i loro obiettivi, uno dei quali è, appunto, regolarizzare il pensiero gramsciano in sottoonda con il pensiero corrente contemporaneo: qui non deve scappare nessuno alla regola della normalizzazione. Siamo tutti figli di Dio, anche i comunisti.
Peccato. Un gran brutto peccato di presunzione e di arroganza in chi ha deciso di giocare con i pensieri più intimi di un uomo in punto di morte, specie se non si è stati testimoni diretti - non conta niente la testimonianza di una suora, in questi termini - né se non si è stati addentro i veri pensieri dell’uomo morente.

Se qui dicessimo che Hitler, prima di morire, è stato visto inginocchiarsi e pregare, e con lui tutto uno stuolo di immondi personaggi della storia dell’umanità?
Se qui dicessimo che non tutti i papi sono morti credendo nel loro mistero, che succederebbe?
Nessuno può dubitare della coerenza di un principio, specie se questo principio è stato messo in carcere da una dittatura e poi fatto morire. Per giocarci sopra dopo 70 anni a proprio uso e consumo.

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martedì 25 novembre 2008

«Dovevi vederlo il barbone dentro al fuoco...»

a) «Dovevi vederlo il barbone dentro al fuoco...».
b) «Gli abbiamo dato una bella scaldata...».
c) «Hanno beccato la macchina, bisogna stare attenti, non usciamo...».

a) Il responsabile primordiale fu Prometeo che, impietosendosi degli umani miserandi, rubò il fuoco degli dèi, ma non poteva immaginare, malgrado il suo potere di chiaroveggente, che poi questi 4 stronzi lo avrebbero usato contro un uomo che per loro era solo inesistente e trastullo della loro immonda umanità.
b) Dopo che lo hanno visto bruciare per benino si sono accorti di essere rimasti un po’ delusi che non era proprio morto e, ancora digiuni ma intelligenti e fieri, ciascuno se ne ritornò alla sua casa, mangiando, bevendo, dormendo il sonno del giusto. Poi si sono complimentati a cervello chiuso.
c) Sono rimasti chiusi, ciascuno nel loro bagno, a meditare sulla stronzaggine, gli stronzi si fanno nel cesso, di non aver considerato il solito testimone casuale che legge la targa. Stia attento questo testimone - che appena escono dalla galera, se ne faranno - al fuoco!

Posto che si sia capita l’empietà crudele e fine a sé stessa di questi 4 criminali, la vita di un essere umano, che dorme in una panchina o aspetta il bus – un altro picchiato crudelmente da altri stronzi scesi dalla macchina -, è diventata quasi sacrosanta, perché dopo la sua morte si dovrebbe pensare seriamente che la morale di questa società in-civile stia creando un nuova tipologia di martiri.

I martiri dell’inutile violenza.

Ma non vorrei veder innalzati monumenti nelle piazze o santi negli altari. Vorrei che la società non in-civile rimeditasse sulla “libertà dei tanti stronzi a piede libero nel volere... togliere la vita umana, vite umane conquistate a caro prezzo”.


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lunedì 24 novembre 2008

Un elefante tamil educato a zonzo per la città

Sembrerebbe parcheggiato, e invece cammina, il pachiderma. Così, una mattina di qualche estate fa, nel mio paese, la proboscide ambulante imparò che i vigili, severi custodi del regolamento stradale cittadino, appioppano la multa se sei sprovvisto di lampeggiante ai due fianchi, sul retro e sul davanti, ma soprattutto se sei un elefante senza cintura di sicurezza e straniero. Il pachiderma parlava il tamil e nemmeno fu in grado di fare marcia indietro.

I vigili, ferrei e garanti delle norme, prima gli contestarono la lingua straniera, poi lo afferrarono per le quattro zampe sistemandolo sul portapacchi di una Panda 4x4, e lo portarono al comando, dove si scoprì che la lingua tamil, questa sconosciuta, veniva parlata compiutamente dal comandante, che aveva fatto classe unica fin da bambino in India insieme ai bimbi indiani, in una scuola di quel Paese, dove i suoi genitori erano emigrati per lavoro, alla faccia dell'apartheid culturale.

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Quel che manca agli Italiani

Gli Italiani credevano d’essere immuni da tristezze e da tragedie.
Erano convinti che la felicità fosse giocare d’astuzia con la propria esistenza nascondendosi, però, dietro l’ombra delle irresponsabilità generali.
Ma l’Italia è diventata un Paese fatale.

Non solo più alluvioni, desertificazioni e cementificazioni.
“Un paese fatale, per di più portatore insano di bigotteria cattolica, può risanarsi soltanto riorganizzandosi in pellegrinaggi verso i luoghi sacri e miracolosi".
«Perché, qualcuno lo starà già architettando, solo da lì può venire il cambiamento (?) E mi chiedo come mai ancora le congregazioni religiose non si siano mosse con i loro eserciti di credenti e pellegrini alla volta di un ristoro spirituale?».
La mutazione di questo Paese è visibile, giorno dopo giorno; è una mutazione radicale, senza sé e senza ma, dove gli errori – molteplici elementi sottoculturali - della nostra società (superficialità, incapacità, menefreghismo, indisciplina, indolenza, superbia e anche stupidità) CROLLANO all’improvviso.
Un colabrodo.
Dopo il caos, mai risolto dei rifiuti, adesso crollano parti di scuole.
Può darsi che anche parti di ponti, ospedali, case, seguano lo stesso destino.
Parlo di destino, dato che è un Paese tragicomico e fatale.
Berlusconi, infatti, dice: “È stata una fatalità [il crollo nella scuola].”.
Detto da lui, stride, vedendo in l’uomo pieno di pragmatismo, la parola “fatalità”. Non c’entra niente.
Pure parole piene di vento.

Nel Paese fatale ci sono tribunali dove manca la carta igienica.
Bene. I giudici se la portano da casa.
Ci sono famiglie in cui mancano i fabbisogni necessari.
Chi porta la sopravvivenza in questi nuclei sociali?
La degenerazione, dal nostro primo giorno di felicità tutta italiana, è tutta qua, e sta nella incapacità della maggioranza di questa popolazione che non se ne avvede.
Forse che saremo fedeli fino alla morte ? al principio del Colabrodo Fatale, visto che in questo Paese regna forte la quintessenza della spavalderia politica e la delegittimazione del pensiero popolare. Il berlusconismo sta completando anni e anni di malasocietà politica e morale che i precedenti regimi democratici hanno prodotto.
E chi comanda, oggi, non ha ben chiaro (ce l'ha invece, per il proprio tornaconto!) il quadro della situazione, in questa Italia fatale.
Anche se dice che tutto è sotto controllo.

Ecco che cosa manca agli Italiani: la consapevolezza del raggiungimento del benessere.
Poiché chiunque sa di vivere male in questa società, ha il dovere di trasformarla.

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domenica 23 novembre 2008

Di Pietro, uomo di violenza. Io, buono

♫ Un uomo di violenza e un uomo buono, tralallalero tralallalà ♫.

Il fatto è che l’educazione interiore non emerge più. Il fatto è che il poliziotto dell’Idv non si dà pace nel vedermi ancora a piede libero. Il fatto è che lui è un uomo di violenza, il contrario di me, che sono un uomo buono, di pace, ciò di cui l’Italia ha bisogno: e l’Italia non ha bisogno di Al Tappone, ma di Berluscone, credetemi.

Per non venir meno alla mia natura, che è affermativa, imprenditoriale e mediasetica, mi sono messo in testa che gli italiani che seguono questi valori di violenza e che hanno la memoria di ricotta, devono essere tutelati da questi mostri. Come? Ad esempio, vanno presi e rinchiusi in una qualche scuola, che di questi tempi perde pezzi sempre più mortali, eh eh eh, e poi rieducarli a colpi di cucù.
Mi si accusa di fare la politica del cucù. Delle pacche sulle spalle. Delle corna sulle teste. Di manipolarmi le palle in Parlamento. Di fare gli occhi di triglia alle femmine. Niente di tutto ciò corrisponde alla realtà. Non sono io, quel desso, il mio sosia era!

Ma questa, mi si consenta, è la mia real-politik, è la politica della vita, che condivido malgrado avessi detto al mio sosia di non esagerare con le palle, che me le aveva talmente strizzate che ancora cammino piegato e per rialzarmi ogni tanto mi esce fuori un cucù.

Diffidate di chi non ride di sé stesso, di chi si prende troppo sul serio. Del resto, anche il Presidente del Consiglio dev’essere come un uomo qualunque e... trattato come tale. Io stesso, del resto, mi tratto come tale.

Io sono un uomo che di fronte alla crisi in atto non lascerà gli italiani in mutande. Ma occorre che gli italiani non modifichino le loro abitudini. Una volta vi dissi che scioccamente eravate sciocchi e poveri perché non facevate spese né nei miei empori né nelle mie assicurazioni e che, quindi, l’economia ristagnava. Ebbene, dovete continuare ad avere fiducia in me. Entrate nei miei empori, nelle mie case di distribuzione. Prendete ciò che vi occorre. Io vi amo. E ragioni ce ne sono a bizzeffe. Una più importante è la mia innata generosità. Prendete, vi lascio fare sapendo che la mia fiducia in voi è ben riposta. Ma non lasciatemi senza camicia, però.

Solo a Di Pietro e ai suoi sarà fatto divieto di ingresso. Le persone che remano contro il mio Paese, il vostro Paese, non meritano che disprezzo. Che si lascino morire di fame, questi violenti mestatori della mia quiete pubblica e privata. Ecco, che con molta serenità e pace interiore, mi accingo a farvi dono delle cose mie. Ecco, io non mi comporto, come dice Di Pietro, da padrone assoluto, che sono come il bue che dice cornuto all'asino. Io vi faccio entrare nei miei magazzini col davanti e col di dietro, di tricche e de tracche. Ciò significa una cosa sola: che io sono un uomo buono.
(Che poi se vi chiederò indietro tutti gli interessi, questo sarà deciso soltanto dall’analisi e dall’inventario delle cose mie di cui vi siete appropriati indebitamente).

Lo stare con le porte aperte, mi insegnava mio bisnonno, aiuta molto e fa piegar la schiena a chi entra.
Quindi, per concludere, abbiate sempre fiducia in me, che sono la vostra istituzione che cammina, non come Veltroni che pare l’ombra che cammina; non come questi sinistri catastrofisti che vedono terremoti ad ogni angolo di strada. Ripeto, votate sempre per me e soprattutto sappiate distinguere il bello dal brutto! La crisi che si avvicina, sarà più terribile senza di me!

(A parte, con la mano destra a nascondere la bocca e la sinistra a strofinarsi le palle, rivolto alla sua eminenza grigia: “Eh, come sono andato?”)


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sabato 22 novembre 2008

Obama, tra Al Qaeda e la Mara, con chi se la sgnocca?

È un uomo fortunato a metà Barak Obama, visto che passa dagli strali terroristici di Al Qaeda alle frecce di profonda ammirazione della Mara Carfagna.
E prima ancora la Mariastella Gelmini, come vi pare questa accanto a Obama?, che aveva osato eleggere a suo modello il neo presidente, sostenendo che lei e Obama avevano le stesse vedute in fatto di Scuole e Cultura in generale: mentre l’uno però si riferiva al suo Paese, l’altra pure, si riferiva al suo Paese. E tutti e due ne hanno ricavato grande popolarità... ai poli opposti.

E ora la Mara Carfagna che, dopo aver fatto tutto un percorso personale e rivitalizzante nei Musei nazionali, visitando le sezioni Dio, Patria e Famiglia, uscendone ha dichiarato:
«Io e Obama siamo una solo cosa, una sola carne, un solo me! Lui ha qualche hanno in più di esperienza politica. Ma anch’io nella politica ho qualche esperienza particolare superiore alla sua. Io e Obama siamo patrioti, credenti molto domestici, nel senso dell’unione della famiglia. Io sono stata una donna di destra, sostanzialmente fascista e di questi tempi la cultura fascista è stata rivalutata come maestra di vita per le nuove generazioni. Quindi in questo Governo ho la parte che mi spetta.
Io e Obama, che volete che vi dica, ci accomuna un alto senso della democrazia e del senso della Patria. Lui, con i suoi avi che da schiavi sono diventati tutti presidenti, generali e segretari di stato. Io con i miei avi che hanno buttato via il vecchio ciarpame della democrazia italiana, sono in perfetta simbiosi e quando Berlusconi mi vide mi disse: “Sei di origine fascista ma ora passi con me!”. E io, senza traumi, perché ho sempre amato in Lui l’incarnazione delle Libertà universali, mi sono messa a sua più completa disposizione. Io e Obama, siamo una sola cosa contro i demoni del mondo e cioè i comunisti».

Per favore, se qualcuno vede Obama faccia finta di niente, ma stenda un velo pietoso in mezzo all’Atlantico.

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venerdì 21 novembre 2008

Le sei facce del caciocavallo

☻ Orlando ☻ Di Pietro ☻ Veltroni ☺ Villari ☻ Berlusconi ☻ Napolitano.

Dopo la sconfitta del paladino Orlando malgrado la durlindana di Di Pietro, è arrivato l’uomo per tutte le stagioni (di mezzo), il signor Villari, senatore iscritto nel Pd. Quest’uomo di mezzo è stato spinto – o si è prestato, che importanza ha ormai – nel gioco del diamogli addosso al Pd e polverizziamolo. Il senatore Villari è stato eletto alla Presidenza della Vigilanza Rai con il beneplacito e i voti della Destra. Il senatore Villari, un pochino c’è rimasto ma poi ha preso coscienza: “Ma tu guarda, io presidente, legittimamente presidente!”.

Il gioco della politica piccina in fondo è questo qua, da qualsiasi parte la si guardi. Certamente Villari, iscritto nel Pd, uomo di paglia della Maggioranza, ha scatenato l’intimo tormento di Veltroni che, pacatamente e serenamente gli ha intimato: “Dimettiti o sono cazzi tua!”.
Quello ha preso tempo, ha fatto sapere che avrebbe ottemperato alle piccole necessità burocratiche ma anche alle questioni prettamente personali, morali, politiche, di potere e di visibilità e poi ha deciso che: “Io non mi dimetto. Qui sto bene, per ora”.
Apriti cielo!

Villari con la decisione di non dimettersi, volente o nolente, ha smascherato la pochezza dei suoi del Pd e la grande pochezza di quelli che lo hanno eletto, che adesso se lo ritrovano ingombrante tra le palle e devono – non capisco perché? – dice Veltroni, risolvere il problema che da quella parte hanno creato.
Ora il PD lo vuole espellere dalla grande famiglia democratica. Perché? È questo il senso della massima democrazia compiuta all'interno della democrazia organizzata in partito?
Ma anche se lo espelle quello rimane Presidente.

Villari, re travicello di compensato, ora pare essersi trasformato in un legno più pregiato.
E poi che goduria ascoltare tutte le voci di falso moralismo, di pentimento, le invocazioni di un ritorno alla normalità, alla pace. Ipocriti, tutti!
Visto che hanno tirato fuori dal cappello magico il nome rispettabilissimo di Zavoli, ora vogliono fare tutti marcia indietro, perché su Zavoli c’è la piena compatibilità politica.
Compatibilità politica? È una sceneggiata da avanspettacolo, peggio dell’ultimo teatrino di periferia di 40 anni fa.

Ma come si fa a pretendere da Villari le sue dimissioni? Tutti a invocare le sue dimissioni da Fini a Schifani passando per Napolitano, che in modo presidenziale, gli suggerisce che per il bene delle ragioni giuridiche – quali, se è stato eletto legittimamente? – (ma forse per il bene di una falsa pace tra maggioranza e opposizione), è meglio che “si sacrifichi”. Ma allora bisognerebbe che si dimettesse, ad esempio, Berlusconi, perché non c’è compatibilità politica tra lui e la minoranza che non lo ha eletto, visto che, per tradizione, all’opposizione tocca la presidenza!
Villari, senatore, iscritto al Pd, votato dal Pdl, da marionetta nelle mani del potere a uomo politicamente tutto d’un pezzo, destinato a rimanere solo contro gli alieni. Mi piacerebbe proprio vederla, ’sta mutazione. Ma anche sapere se una elezione legittimata dal Parlamento, possa durare naturalmente. Un giallo della politica tutto italiano.

Villari, anche volendo non credo che vorrà dimettersi, e nemmeno credo che faccia il giochetto del bambino che s’impunta, come già da ambo le parti viene fuori. Sono tutti gli altri che stanno facendo il giochetto del bambino che s’impunta. Solo che essendo mastodonti non possono e non vogliono rendersi conto di stare, loro, screditando, la politica.

Quale coerenza, quale logica, quale rispetto, quale senso dell’onore hanno questi personaggi?
Non conosco Villari ma sicuramente al suo posto io resisterei fino alla fine, proprio perché mi piacerebbe dare il senso della legalità e della concretezza - in quella mansione delicata come la Vigilanza Rai -, in questo Parlamento e in questa società italiana dove tutti si dicono sostenitori bipartisan del bene nazionale.

Non conosco Villari, ma non può essere peggiore di chi lo ha votato né di chi vuole espellerlo. Direi a Villari di gestire, finché glielo permettono, in modo assolutamente trasparente e legale, ciò per cui è stato eletto; che non si faccia osmotizzare dalle sirene del potere che gli viene dalla stupideria politica.

Nessun vantaggio se ne trae da questo potere che, impazzito, impazza sulla società che pensa.

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giovedì 20 novembre 2008

Ermengarda, l'alabarda che ci difende dalla valanga bastarda

Con questa alabarda, dall'impegnativo nome di Ermengarda, il premier ci difenderà dalla valanga recessiva e bastarda, mentre con l'altro braccio difenderà le classi più povere dal disastro.
«"Faccio un appello ai media affinché non diffondano panico - ha detto il premier - visto che non c'é nessun motivo". Berlusconi ha ribadito l'esigenza che "non si diffonda il panico tra i cittadini" evitando quindi una "diminuzione dei consumi" perché avverte Berlusconi "se la gente inizia a modificare lo stile di vita, facendosi prendere dal panico, ci saranno meno consumi e di conseguenza anche le imprese produrranno di meno"». Per non parlare del black-out politico del medesimo.

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Il Golgota dei Fannulloni

René, René, che cazz hai fé?

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mercoledì 19 novembre 2008

Mistero alla Cattolica: se la dormiva o se la pensava?


All'apertura solenne dell'anno accademico all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Giulio Tremonti invoca il rispetto dei valori etici:
"Non sarà più il mercato - ha auspicato - ma la coscienza individuale e collettiva a dominare il potere".
Osservate adesso i personaggi sullo sfondo: dopo questa profonda e significativa affermazione del ministro, uno dei notabili del Sacro Cuore, quello più vicino al Presidente, s'è coperto il volto con la mano, assumendo una posizione di chiaro e disperato sentimento d'angoscia e di prostrazione irreversibile.
Deve aver riflettuto sul Tremonti-pensiero e subito dopo è andato in apnea.
Ma può darsi anche che se la dormiva di santa ragione.
A voi la scelta: sonnolenza o dramma interiore?

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Questo è il ballo del Cucù globale

Questo è il ballo del Cucù
E di un premier che fu
Sa far bene il cucucù
Sbuca dietro dal lampion
E ci scassa li coglion.

Il Presidente del Consiglio che vi sconsiglio vivamente di rivotare la prossima volta ha detto una cosa di sinistra che non si usava più fin dai tempi dell’esproprio proletario. Ha detto: “Il Tg3 mi insulta sempre, per 24 ore al giorno non fa altro che sparlar di me. Non lo si può proprio più guardare. Vi consiglio vivamente di non pagare più il canone alla Rai!”.

È andato in Germania e per poco non mi faceva secca la Angiolina Merkel - la versione femminile di Prodi - con il cucù, sbucando da dietro un lampione sistemato là secondo un'acuta regia degli scenografi tedeschi, ma Berlusconi non ne sapeva niente. Secondo te, perché le ha fatto il cucù? Ma per il motivo che ho detto prima. Gli ricorda impietosamente il Romano, e lui quando vedeva il Romano, prima lo colpiva con lo schiaffo del soldato e poi gli faceva "Cucù: dimmi tu cu' fu?".

Tutto il mondo ormai lo sa
Il Cucù di Silvio è questo qua
Lui fa solo cucucù
Sbuca dietro dal lampion
E ci scassa li coglion.

Dice Di Pietro: “Denuncio sin da ora la presenza di un corruttore politico, il suo nome è Silvio Berlusconi. Lui è un corruttore, ci ha provato con me quando mi offrì un posto da Ministro, lo ha fatto con Orlando e non ci è riuscito, mentre evidentemente ci è riuscito con Villari perché se lo hanno votato è perché prima c’è stato un accordo”.

Cosa risponde il Presidente del Cucù: “Invito l'onorevole Di Pietro, dopo queste accuse, a fare il suo dovere: deve andare dai magistrati e denunciarmi. Se non lo farà lui, lo farò io, querelandolo per calunnia. E questo è il mio cucù personale per Di Pietro”.
"Voi sapete che IO ho lo stesso modo di comportarmi con tutti: con rispetto, ma anche con simpatia. La Merkel la conosco benissimo e da tanto tempo. So che lei si diverte... con i miei cucù. Il Romano si divertiva. A Epifani gliene ho intoppato uno mentre mi facevo i miei solitari con gli altri due sindacalisti. Non gli sta bene? Si appelli alla Giustizia del Cucù. Con un colpo di Cucù ho fatto sparire la monnezza di Napoli. Con un colpo di Cucù ho fatto sparire i comunisti, mi manca solo Epifani. A Veltroni, che ha le ore contate, ultimamente gli ho fatto un grosso cucù nascondendomi dietro le spalle di Villari... A me piace il cucù. Da piccolo ci giocavo e mi piaceva un sacco spaventare le persone... E non appena incontro Obama, ho già in mente per lui il Cucù più grosso che si sia mai visto al mondo... me, sui trampoli? No, è troppo presto per parlarne... a tempo debito... quando meno ve l’aspettate... sì, magari il prossimo pesce d’aprile".
Le manine piega un po’
Poi scodinzola così
Lui fa solo cucucù
Ma che grande novità
Il cucù del Silviolà.

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martedì 18 novembre 2008

È stato arrestato il blogger Vik dagli israeliani

Solidarietà senza riserve per
Vik (Guerrilla) che è stato arrestato stamattina dagli israeliani. Ecco gli ultimi aggiornamenti. Abbiamo bisogno dell'aiuto dei blogger!
FOR IMMEDIATE RELEASE

CONTACT:
Caoimhe (Gaza) + 972 598 273 960
Donna (Gaza) + 972 598 836 420
Fida (Gaza - Arabic) – + 972 599 681 669
ISM Media Office - + 972 2-2971824

Fifteen Palestinian fishermen along with three internationals have been kidnapped in Palestinian waters by the Israeli Navy. They were fishing seven miles off the coast of Deir Al Balah, clearly in Gaza fishing waters and well within the fishing limit detailed in the Oslo Accords of 1994.

The fishermen and the human right's observers were transferred from 3 separate boats to the Israeli warships. Other Palestinian fishermen reported that the 3 boats were seen being taken north by the Israeli Navy.

The three internationals are Andrew Muncie from Scotland, Darlene Wallach from the United States and Victor Arrigoni from Italy. The U.K., U.S. and Italian embassies in Tel Aviv have been contacted and know about the abductions.
Please call the Israeli Ministry of Justice at +972 26 46 66 66 and register your outrage over these illegal actions by the Israeli Navy. Then call the Embassies in Jerusalem and make sure they know that many of us are appalled by Israel's illegal search and seizure.

Stephen Brown, UK Consulate +972 25 41 41 00
U.S. Consulate General + 972-2-6227230
Luigi MATTIOLO, Italian Ambassador +972 3 5104004

Oggetto: Update on the kidnapped fishermen and internationals

I just spoke to Stephen Brown, the UK consulate, and he has received an email from the Israeli authorities that Andrew is in the detention center at Ben Gurion Airport, probably on his way to being deported. Neither the U.S. consulate nor the Italian consulate have been forthcoming about Vik and Darlene. If you want to call them, their numbers are below.

U.S. Consulate General + 972-2-6227230
Luigi MATTIOLO, Italian Ambassador +972 3 5104004
Pubblicato da Audrey a 14.19

Prelevato da Audrey.

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Di chi è questa sagoma?

Di chi è questa sagoma?
Cosa sta facendo?
Perché lo sta facendo?
Quanto ci guadagna?
Se si spegne la luce, dove va?

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Il futuro stava lì, dentro quella pancia

Dentro, lei, è una donna disperata che per paura della società non osa partorire.
Uno stato di stallo fisico e mentale. Una creatura ora afflitta dalla mancanza di certezze. E pensare che con il suo uomo, quando le scivolò dentro per illuminare un’altra vita, avevano deciso che ne valeva in fondo la pena far nascere una vita e sostenerla. Lui che le sussurrava, fino e oltre il pensiero, parole a nutrimento di vita e d’amore.

Il futuro stava lì, dentro quella pancia.

In un caso assurdo e azzardato di velocità, forse c’era ebbrezza o stanchezza o distrazione o troppa serenità, lui se n’andò e rimase quella traccia, in quel pezzo di strada, dove si capisce che qualcuno vi ha lasciato pulsioni e tante altre cose. E anche se gli amici portano fiori, fanno almeno sopravvivere il fioraio.

Cosa fai se la disperazione è al culmine a causa di quell’istante irreversibile?
Non hai più voglia di far nascere la tua creatura. Pare che tu abbia già deciso.

Poi che, guardandoti attorno, le facce della società ti osservano senza pietà, a te pare, ti scrutano caso mai ti venisse fuori qualche ruga di forte sofferenza, perché è il naturale processo che accompagna le cosiddette “forze della natura odiose”: «ah, se tutti si facessero i fatti propri!».
«E basta più guardare, tanto non vedete ciò che c’è dentro, ma solo quello che mi va di mostrarvi».
«Io odio il “fantasma” che sta nella mia pancia. Non sono in grado di dargli una sistemazione conveniente in questa società di sfide e di pallide ombre umane».
«E sono stanca di cercare qualcosa cui aggrapparmi».
Poi, amica mia, me lo hai pure confessato il tuo più grande desiderio: “Ecco, vorrei che la mia vita durasse fino a quando tutto sarà semplificato: solo a quel punto potrei pensare di far nascere il mio bambino”.

Vi sembra amorale questo ragionamento giudizioso, epilogo di una storia di tormenti?

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lunedì 17 novembre 2008

Sesso e orge contro la crisi economica

Il «The White Cockatoo» nel villaggio di Mossman, non è in territorio italiano, ma sta in Australia.
In questo villaggio si organizzeranno feste di sesso libero e di orge senza freni per combattere la crisi economica.
La crisi economica che sta mandando in depressione tutti i popoli della terra, viene così aggirata dalla piacevole fatica del sesso anti-stress.

Ma il «White Cockatoo» ha una vecchia e solida esperienza di sesso orgiastico: soprattutto perché produce lavoro e soldi, tanti dinderi.
"I rappresentanti politici locali non disprezzano l’iniziativa e sperano che essa dia un po’ di respiro alla stagnante economia: «Le persone che vivono nel nord tropicale del Queensland si sono dimostrate ancora una volta estremamente creative»".
Bene, ecco un’indicazione geografica: il Nord.
Come mai questa geniale idea non è venuta a quelli che abitano la Padania?
Ritengo necessario e urgente formare una Coalizione del Buon Governo che metta da parte le fumose diatribe su chi è più o meno incapace o valido, su chi è più o meno di sinistra in questo governo di destra e su chi è di destra in questa opposizione di sinistra.

Questa ipotetica Coalizione del Buon Governo, che deve porre fine alla crisi economica, dovrebbe innanzitutto individuare un’area dove ricreare un fac-simile del «White Cockatoo», e poi finalmente dedicarsi a quest’attività senza veli, in cui tutti devono avere diritto di cittadinanza, con tanto di regole di buon comportamento che non intacchi la morale e l’amor proprio di chi ce l’ha sempre duro – e in Italia, paese di ex amatori, la durezza è un optional popolare, mentre è di serie per la casta dei politici e del loro entourage – ma che non faccia disparità di classi sociali, né di razza, né di credo, né di tendenze sessuali. Tutti uniti in un’unica orgia, contro la crisi e per il bene dell’Italia.

Bisogna solo decidere come comportarsi con i politici che fino ad oggi hanno fatto un solo tipo di orgia, (si troveranno loro un sito per soli politici) visto che nel futuro «White Cockatoo Italiano», le probabilità di incontrarvi una fila indiana di nostri politici, mi farebbe desiderare di vivere da eremita. Vero è che di ammucchiate orgiastiche si tratta, ma a tutto c'è un limite, per Venere!

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domenica 16 novembre 2008

Lu fausu maluri di lu Premier

La za’ Rosa è pietosa,
è fimmina di casa
veni lu maritu
la muzzica e la vasa,
mentri ‘u zu’ Turiddu
havi ‘u culu ‘ngriddu,
si lu metti fora
sempri senti friddu,
po’ lu zu’ Nicola
ca’ la teni sempri fora,
lassannula ‘o suli,
canta com’un cardiddu...
e senza ca’ s’offenni
puri lu zu’ Silviu
ca’ canta a tutti l’uri
mentri vola ‘ncelu
ci veni nu’ maluri
ma subbitu smentisci
dicennu ai giornalisti
mi spiaci e mi rincrisci
acchiappativi 'stu pisci!

Ps.: il Premier è stanco. E il Paese, poverino, ne risente. Siamo tutti stanchi. Quando ci potremo rilassare?

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E tutto questo solo su Parlamento Italiano: m’illumino di insulti

Il menu politico del giorno consiglia: «arroganza, stupidità, incapacità».
- “Veltroni arrogante, stupido, incapace”.
- Ma lo sa lei, signor Gasparri, che se continua così, quello finirà per crederle».

Da destra: «Non solo sfottuti ma pure insultati. No, basta, quando è troppo e troppo».
☺ Antefatti, visti da destra.
Manifesti con la faccia del capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri e lo slogan: "Vergogna". Questa la protesta del Pd contro il suo commento ("Sarà contenta Al Qaeda") sull'elezione del primo presidente di colore degli Stati Uniti. L'ex ministro protesta: "E' uno stile più da Brigate Rosse che da partito democratico. Indicare un obiettivo con una foto in un momento in cui nelle piazze ci sono tensioni è irresponsabile".
"A Roma in queste ore campeggiano manifesti firmati dal Pd con la mia foto e su scritto «vergogna». Sono più stupito che preoccupato da questi allievi di Goebbels e Stalin", ha commentato il presidente dei senatori del Pdl. Piena solidarietà dai compagni di partito che chiedono al Pd di scusarsi ufficialmente.

Da sinistra: «No, basta, quando è troppo e troppo. Non solo insultati, ma pure sfottuti».
☺ Antefatti visti da sinistra.
"Il centrodestra sta sollevando il polverone sul manifesto contro Gasparri per coprire lo scivolone del presidente del Consiglio, che da Mosca ha prima dato dell'abbronzato a Barack Obama e poi del coglione agli esponenti del Pd", è la replica del numero due del Partito Democratico Dario Franceschini. "Quel manifesto non è comparabile con gli insulti che ci ha rivolto il presidente del Consiglio - premette Franceschini - e non c'è nessuna indicazione del bersaglio, sono sciocchezze". L'esponente del Pd ha mostrato quindi una serie di manifesti fatti da An e Fi quando c'era al governo Romano Prodi che ritraggono l'ex premier e altri ministri e relative critiche.

I due contendenti litigano su niente. Proprio su NIENTE.
Poi si sono graffiati sull’affaire Villari che il Pdl ha impacchettato a dovere a Veltroni.
La Destra, che è storicamente più furba, gli ha creato un nuovo senatore senza ideologie né confini.
La Sinistra, che politicamente reagisce di riflesso alle decisioni della Destra, ne ha perso un altro per strada. Infatti, al grido di: “Dimettiti, dimettiti”, il neo senatore della maggioranza Villari, che per adesso non abbandona la sua linea, prima o dopo si dimetterà dal Pd. Si accettano scommesse.

Ecco questa piccola politica italiana fatta di infertili goliardate, di giochetti acidi, di stupidi personalismi, di accumulazioni di privilegi e di tanti piccoli poteri, di improduttive strategie senza tornaconti per la collettività, dove tutti dànno all’altro del disonesto e dell’incapace. Questa piccola democrazia italiana cui tutti hanno e stanno contribuendo al suo definitivo sfascio.

Nel contesto, marginalmente, un’Italia senza fughe in avanti, dove nessuno che si accorga di quanta disonestà e improduttività emerga da tutt’intera questa classe politica, con la Recessione tendenziale e congiunturale che sé introdotta nell’ano dei poveri sempre più poveri.
E loro continuano a litigare ma davanti a piatti abbondanti e ben conditi, e noi a sbavare per un po’ di minestra scotta.

La metafora della domenica: Pannella ha annunciato che riprenderà il suo sciopero della fame e della sete sulla questione irrisolta della Commissione. Molti cittadini lo hanno già incominciato da tempo e non se n’è accorto nessuno di lorsignori!

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sabato 15 novembre 2008

La disperazione di un cittadino italiano di fronte alle rovine della democrazia

Bon nuit a tout le mond!

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Ritrovata la stele perduta di Berlusconi

Roma – 4008, 15 Novembre. Straordinaria scoperta di una stele datata dall’anno 2008 del suo regno, dove si illustra chiaramente l’atteggiamento di Sylvius Berluskon che, rivolto ai giovani italiani, l’ultima generazione cresciuta sotto il suo regno, esseri umani che faticavano per lui con una dedizione estrema e senza mai lamentarsi, rassicura e conforta il suo popolo mentre promette grandi ricchezze a imbandire la vita dei sudditi.

Gli innalzarono una piramide a tre punte per immortalarlo alle future genti con una stele funeraria alta quanto lui, ma di questa piramide resta solo la stele.
«O voi, bravi giovani che non siete mai stanchi e che ogni giorno vegliate sul lavoro per ricostruire questa nostra Patria martirizzata dalle contumelie fisiche e morali comuniste...
Io, Sylvius Berluskon, vi dichiaro che i viveri affluiscono davanti a voi, e non ci sarà più un “Ah, se avessi...”
Realizzerò i vostri bisogni in ogni cosa, sicché voi lavoriate per me con cuore amante.
Io sono un difensore vigile della vostra condizione: le provviste in vostro possesso saranno più pesanti delle vostre prestazioni...
Io conosco il vostro eccellente mestiere, e anche che ci si rallegra di lavorare quando il ventre è pieno...
Ciascuno di voi ha un anticipo di un mese sul salario.
Si riempiono per voi d’ogni cosa i magazzini, di pane, di carne, di dolci...
... di sandali, vesti e unguenti [e di veline] abbondanti in modo che vi ungiate la testa ogni dieci giorni [ogni dieci giorni avrete diritto alla vostra velina]... che vi rivestiate dopo gl’incontri a nuovo [mica potete andare in giro come Adamo]... che indossiate scarpine eccellenti ogni anno che siano solidamente calzati per i vostri nuovi lavori...
Ho fatto tutto questo affinché siate prosperi e lavoriate per me d’un solo cuore!».
Si apre la porta di uno studio psichiatrico. Si richiude alle sue spalle. Restano i guardaspalle a far da sentinella. Dopo circa un’ora e mezza, tanto è durata la seduta, appare un uomo più tranquillo, più rilassato e con quel mezzo sorriso di eterno femminino appena appena accennato.
Poi uno stuolo di giornalisti, fotografi e cameraman.
- Presidente, come sta? Una dichiarazione!
- Realizzerò i vostri bisogni in ogni cosa, sicché voi lavoriate per me con cuore amante.

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venerdì 14 novembre 2008

Mio Dio, in Italia il Pelo non cresce più!

Mio Dio, in Italia il Pelo non cresce più!
Il Pelo non cresce più, l'Italia è in recessione.
Mi ero appena appisolato sulle mie meditazioni e questa notizia mi ha fatto sobbalzare peggio che un cataclisma.
Mi sono guardato attorno. Tutto tranquillo.
Sono andato a spruzzarmi due gocce d’acqua sui quattro capelli che ancora mi resistono, per evitar loro l’essiccamento.
Un’occhiata al gatto. A posto. I suoi peli ce li ha tutti.
Un’occhiata a Cleopatra – Cleo per gli amici – anche lei tutto in ordine, ma non è un metro di paragone perché è nel periodo della muta.

Poi mi dicono allarmati che negli Usa il Pelo è diminuito in termini congiunturali dello 0,1%.
Al che riguardo la testa del mio vicino - che casualmente passava da me - che so che ha parenti negli States. Anche lui, come l’avevo lasciato ieri: ogni pelo al suo posto. Anzi, adesso porta la barba alla Lincoln: effetto Obama.
E nel Regno Unito e in Germania è calato dello 0,5. Devo proprio parlare col mio barbiere.
La prossima volta niente più rapate alla Cochise. E gel più abbondante, mi raccomando.

Poi, in termini tendenziali, il Pelo è cresciuto dello 0,8% negli States e in Germania, e dello 0,3 in U.K.
Ecco, come direbbe padre Sminchionio, un prete tuttofare che ama giocare a ping-pong con le palline di pelouche dei fedeli a incrociare veloci sul tavolo: il Pelo può essere congiunturale ma anche tendenziale.
L’uno cala, l’altro cresce. L’Italia è caposcuola di questa tendenza.
Per esempio, la Giustizia è tendenziale quando si tratta di condannare gli esecutori; ma poi mi diventa congiunturale quando deve assolvere al gran compito di assolvere i mandanti. Dice, ti riferisci ai fatti del G8? Soprattutto.

E da quando al nostro Premier sono stati rifatti tutti i peli sul cranio, da quel momento, ecco, la ricrescita si è biologicamente arrestata, per una semplice questione di rispetto. E il Pelo per antonomasia è rimasto avviluppato nei gangli della recessione. Ecco perché non cresce più.

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La morte è un fatto personale

Sei parole che condivido pienamente.
Se cammino per strada e un poliziotto preso da grande eccitazione originata da un profondo senso del dovere spara ad altezza d’uomo contro un qualsiasi malvivente e prende me e m’ammazza, ecco io muoio e questa mia disavventura non è un fatto propriamente personale. Chi cazzo me l’ha fatto fare a passare per quella via, a quell’ora, mentre c’era il malvivente in azione e il poliziotto col pallino del far west? Non posso nemmeno piangerne le mie conseguenze visto che sono morto. Al poliziotto sicuramente non gli faranno nulla, forse il malvivente uscirà in breve tempo dalla galera.
In questo senso è, però, un fatto personale. Potevo decidere di non attraversare quel tratto di strada. Ma mi sono beccato una pallottola. Pazienza, starò più attento la prossima volta.

Se vado a piedi e mi investono, sbatto la testa, vado in coma irreversibile e non muoio perché qualche fanatico sostenitore della vita vuol farmi campare a tutti i costi – a questo chi glielo ha detto che io dopo l’incidente avrei voluto vegetare come una nullità in un fondo di letto d’ospedale? – che faccio, scrivo una lettera al papa, al presidente, a certi giornali mentecatti, a certi legislatori luciferini, che mi lascino morire? Penso proprio che non potrò scriverla quella lettera. E allora occorre qualche legge che, a prescindere dalla volontà di estranei alla mia vita, non m’imponga di vivere come una nullità. Del resto, far vivere in queste condizioni una nullità dentro una parvenza di corpo umano, ha il solo scopo di occupare un posto in ospedale nella speranza pellegrina di un miracolo che non può determinarsi, - nemmeno se sei un fervente credente nell’aldilà, e perché quel coma che ti tiene soggiogato è clinicamente irreversibile – ha lo scopo di aumentare le spese di mantenimento di quella nullità, le spese di viaggio, di soggiorno di familiari e parenti se ce ne sono.
Ha lo scopo di dilatare la propaganda dei sostenitori della vita a tutti i costi.

Del resto in questa società ipocrita, quante vite umane, pur vivendo e respirando, sono state dichiarate delle nullità? Non vedo all’orizzonte portatori sani di quelli che solo loro amano la vita, in grado di dimostrare che ci sono uomini donne e bambini di tutti i ceti razze e credi che non siano stati ridotti al livello di nullità.
Si sono accaniti, i portatori delle ipocrite verità di fede, dei segugi della vita, contro un essere umano che era già andata via dalla vita. La sosteneva solo una macchina con gli alimenti farmaceutici.

Gli amici della vita dicono che la povera ragazza adesso la lasceranno morire di fame e di sete. Come fa a sentire i morsi della fame e della sete in una condizione di nullità?
Sì, credo che ciascuno debba poter scegliere della propria vita cosa ne vuole fare. Se si muore perché non lo scegli tu, allora non si può pretendere che altri – parenti, familiari, amici - muoiano nell’attesa della tua seconda morte anche perché c’è il rischio che la nullità vegeti artificialmente molto più a lungo di suo padre, sua madre, dei suoi parenti. Poi, quando il resto della famiglia è scomparso, chi vorrà più bene al vegetale umano? Ci vuole un elemento molto più profondo che una legge umana, anche la più perfetta, che manca realisticamente al Legislatore: l’Affetto.

L’affetto verso un vegetale umano, che malgrado la legge si ostini a tenerlo in vita, sospinge i familiari all’attesa di un miracolo.
Ma la Legge, la Società e la Chiesa, dentro un fondo di letto, non ditemi che provino Affetto per il paziente. Direste una cosa non vera.

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giovedì 13 novembre 2008

Propriamenti nun era sindacalisto ma ci piaceva comportarisi tali

Io vado controcorrente e come parlo scrivo, ricordando quel tempo medievale che fu di quando il sindacato di base era a conduzione patriarcale. Perché, ora com’è?

A li tempi di lu medioevu sindacalese siculo un certo sindacalista tracagnotto e attrippato di nomu don Carmelu ci’aveva la quinta limentari ma la corpa non fu di questo ma della sua troppa parlantina che ci metteva la brillantina nelle palore che gli uscivano di bocca e per questo quanno lui prenteva palora tutti zitti e muti perché poi si scanasciavanu da li risate sotto sotto.

Questo era la mascotti di base de lo sindacato operaio di una frabbica di quelle parti e propriamenti nun era sindacalisto ma ci piaceva comportarisi tali. E per l'appunto quanno printeva palora cuminciava sempre così:
“Amici e compagni (“io lavoro e tu magni” era il saluto di rito a quelle due parole che l’assemblea rivolgeva al nostro sindacalisto, come lui si autodefiniva, al maschile, perché la parola sindacalista ci sembrava un po’ infinocchiante: subito dopo un boato generale tra fischi e risate e il ghiaccio era rotto).”

Poi continuava così, senza mai pause o prender fiato perché lui era un sindacalisto diretto e voleva arrivare alla fine colpendo nel segno e soprattutto pretendendo l’attenzione massima: quella, l’assemblea, una scuola era, mica come ora, che ti snocciolano il rosario, ti fanno votare i loro porchi accordi e te la mettono nel darreri per devozione vita natural durante.

E diceva con voce rauchissima e altissima: “Amici e compagni, vi comanno pirintorio, prentete pinna e tacchino (leggi: taccuino) e schivete, zitti e muti, per farci poi un volantino perle kose che ho da dirvi uniche e bbasta. Voi lo sapete che come penso parlo e come parlo schivo: io, ci ho fatto l’analisi politica etti economica articolata ke per colpa de la recessioni in atto – minkia, questa recessione sempre in atto è! – non mi potti accattare la machina nova automatica che il ricco invece se la compra facile, quella machina nova che camina da sola uscita completa chiavi in bocca e moterna in campo tecchinologgico europeo dalla fiat con loppizzionali ‘ntelligenti l’ultimi arrivati dalla Cina con furore e questo è l’elenco in ordine ebetico:
primo, l’aria belga (leggi: air-bag) che se ‘ttamponi ti gonfia la faccia a te e al passeggero ma ti sarva la vita;
seconto, l’aiddiessi (leggi: abs, non aids) serio perché lo fanno di serie pi’ frinari in tutte le posizioni compreso il kasamutra;
poscia, un sedile atomico (leggi: anatomico) che ti abbracchia per tutta la vita e non ti lassa più;
quartu, un chinotto termico (leggi: lunotto termico) di dietro per guidare girato bevenno quanno c’è nebbia sulla panza (plancia) di guida tutto in facchisimile di pelli umana;
quintu, che ora cc’è puro la radio aggippigas che ti dice dove devi andare? Ma che fa, scherziamo? Dove devo andare, lo dico io, minkia!;
poi, l’orrologgio al cazzo di precisione per vetere ogni ura chi ura è
e non parliamo della vernice mimetizzata (metallizzata) invisibbile che costa quanto l’occhio della vostra testa e
dulcis affondo quattru roti in lega ognuna chi camina pi’ fatti so’…”.

A questo punto, la gente era tutta a terra scompisciata.
Finiva così: “Amici e compagni, seconto voi, questa analisi che ho fatto stanotte, mi domando e dico: una machina così, noi operai, ce la possiamo permetteri? No, dico io. E allora, la lotta si havi a fari dura e senza paura, perché due sono le cose: o machine pi’ tutti o machini pi’ nuddu. Ricchi ccà, bbasta! Perché ci siamo sminkiati di tutte queste machine che ci caminano da sole sulla nostra vita! Per ogni machina ci dànno una schifìa di busta ogni mese e iddi s’accattanu palazzi, vannu ai caracoli, (leggi: Caraibi), si fannu i cazzi so’ supra di nuautri. E questo non è giusto!
Da domani in bicicletta, mi raccomanno! E ‘u primu ca’ si prisenta al corteo ca’ machina su’ cazzi so’!”.

Poi si andava a sedere (per modo di dire) e l’assemblea era bell’e finita. Ah, quei tempi arcani di quando si parlava il sindacalese sui reali problemi della classe operaia.
Vuoi mettere oggi, che su tre, due sindacalisti vanno a mangiare in privato dalla Emma e il terzo è costretto a fare la “lotta di classe” da solo. Che vergogna!

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mercoledì 12 novembre 2008

La mi’ suocera russa: quanto lo capisco a Obama

Perché non sono io, Obama? Perché non ho io una casa bianca – ma anche rossa azzurra verde celeste – ricca di 132 stanze e di 35 bagni, che avrei già sistemata la mi’ suocera alla 132esima mentre io e sua figlia ce ne saremmo già allontanati di almeno 130.

Secondo voi, la suocera di Obama, russa? La mi’ suocera russa e quando lo fa non c’è rimedio.
La mi’ suocera, poverina, è una brava cristiana, lavoratrice, umana, donna di casa, affettuosa coi suoi nipoti, vedova, sta sempre lì a lavare stirare e ammirare, poi si mette le mani ammollo e fa anche la cucina. Un tipo splendido, la mi’ suocera, generosa ed eccezionalmente igienista.

Chissà se Obama se ne pigliasse un po’.
Io non ho mai avuto niente contro la mi’ suocera, tant’è vero che quando si stende per il pisolino pomeridiano, le volte, spesse intense volte che viene a trovare sua figlia, la mi’ moglie, io esco.
Esco anche con il vento, la pioggia, la grandine e la tempesta. Perché, direte voi?
Perché russa, e russa forte. Chissà se Obama l’ha risolto questo problema?

Allora, un bel giorno, che avevo trascorsa la notte con gli occhi a pampinella per via del russìo globale casalingo suoceresco, vado in farmacia e chiedo qualcosa per il mal di testa per mancanza di sonno. La farmacista mi chiede l’origine dei miei guai ed io, che rispondo?
Le spiego papale papale la situazione in atto. Quella resta impassibile e fa uno storcimento impercettibile di bocca. Era lo stesso storcimento di bocca che viene a me, l’avevo riconosciuto subito: storcimento da suocera.

Un certo sollievo mi pervade la cabeza e chiedo:
“Lei pure?”
“Sì, mia suocera”.
“E come reagisce?”.
“Brutta faccenda, ma l’ho risolta”.
“Mi dica, sono disposto a tutto pur di risolvere anch’io”.
“È una cura particolare”.
“Fischio?”
“No”.
“Cerotti?”.
“Nemmeno”.
“Strofinamento leggero del dito sulle labbra?”.
Cenno di diniego.
“Sollevamento del letto e conseguente rilascio?”.
“Neanche”.
“E allora?”
“Ha provato il nostro cuscino antisuocera?”.
“No!”.
“Bene, lo provi e poi mi dirà. Anche Obama l’ha provato. Infatti ne ha richiesti una dozzina, perché, dice, la sua suocera è un po’ coriacea e resiste bene”.
“Ok, me lo incarti. Quanto le devo?”.
“Niente, lo provi. Le sono vicina. A rivederla”.

Uscii dalla farmacia col cuscino impacchettato.
Entrai in casa e la vidi, bella, carismatica, che si fumava un toscanaccio puzzolente. Allora presi il cuscino e lo misi nella cuccia di Cleopatra.
La prossima volta, parola mia, andrà meglio.

Però, povero Obama, ancora fresco di nomina, e il suo primo conflitto lo sosterrà con la suocera. Mamma mia!

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Una risata scaccia-satira

Contro lo stress da antisatira leggiti le "Novelle siciliane rivedute e corrette".

Un volta un giovane mozzo di belle speranze, gemello segreto del ministro-poeta Bondi, s’imbarcò su un veliero e partì alla ventura per il mondo; ma come partì si scatenò una gran tempesta e i marinai dovettero buttare a mare tutta la mercanzia. Passavano i giorni senza che scorgessero terra mentre il cibo andava finendo e il maltempo continuava imponente e senza fine. Successe che le provviste finirono.

Il capitano disse: “Allora, signori miei, le provviste sono finite: ora scriviamo tutti i nostri nomi. Ogni mattina ne tiriamo in sorte uno, lo ammazziamo e ce ne mangiamo un pezzo per sostentarci”.

(Già vi è passato l’appetito per l’idea dell’orrendo pasto: ma tranquilli, noi non stiamo sulla barca e non c’è nessuna tempesta in atto, a parte la crisi globale dei mercati e tutto il resto).

Ogni mattina allora se ne tirava a sorte uno, e come usciva un nome, subito si squartava senza nemmanco dargli l’estrema unzione e se ne mangiava un pezzo per ciascuno.

Finì che restarono in due: il mozzo e il capitano. E il mozzo pensava: se domani esco io ammazzo il capitano. Se non esco io non mi farò ammazzare dal capitano. Tutta la notte a rimuginare il progetto.
Basta, la mattina successiva il capitano tirò a sorte e... uscì lui. Sbiancò in volto ma disse al mozzo: “Eccomi, fratello, son qua!”.
Allora il mozzo, con tutto che gli piangeva il cuore, lo prese, lo fece girare e l’ammazzò. Poi cominciò a farne quarti.
Un quarto l’attaccò alle corde per farlo essiccare, il resto se lo preparò per la settimana.
E mentre era affaccendato venne un’aquila del mare che si rubò il quarto appeso.
E il mozzo a imprecare. Vista l’inutilità delle imprecazioni, prese un altro quarto e lo attaccò allo stesso posto. Poi si accomodò e cominciò a ingozzarsi del quarto di cristiano che aveva preparato prima.

Ritornò l’aquila a prendersi il secondo quarto appeso e mentre lo faceva diede una sbirciatina la mozzo e gli disse:
“Sei tu quel gemello sperduto in mezzo al mare?”.
“Vai, ributtante e volgare aquila. Uccelli come te, non ne dovrebbero mai nascere”.
“Ah, sì? E mozzi come te, allora, che si cibano di carne di cristiani?”.
“Che c’entra? Io lo faccio per necessità”.
“Poverino, poverino, anch’io, ma io sono un’aquila e tu no. Comunque sono venuta a salvarti, visto che il tuo gemello me lo ha chiesto. Appenditi alle mie zampe che ti porto a casa”.
“Mai al mondo, con un’aquila di mare.”
“Che, problemi morali? Te lo ripeto per l’ultima volta, vieni!”.
“Beh, se proprio insisti. Ma sappi che per me resti un rapace ributtante”.
“Sì, lo so, ma tu che parli ad un aquila come se parlassi ad un cristiano, che pensi d’essere?”.

E mentre volavano sul mare tempestoso una gran risata si levava grottesca dagli abissi: era la risata del dio alla Conservazione di sé medesimo e cioè dei Beni e delle Attività Culturali. Una risata scaccia-satira.

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martedì 11 novembre 2008

G20: venti strane regole per 20 Paesi

Roma, 11 nov. - (Adnkronos) - "Sabato prossimo insieme a Lula saremo a Washington per il G20. Andremo lì a proporre regole nuove per evitare che si verifichino di nuovo crisi finanziarie come questa". A sottolinearlo è stato Silvio Berlusconi in una conferenza stampa a Villa Madama con il presidente brasiliano Luiz Minaci Lula Da Silva.

Quali regole proporrà il nostro Premier?
Venti regole per 20 Paesi, come quel famoso musical "Dieci spose per dieci fratelli".
Che siano queste?
Vediamole, in anteprima.
1ª regola: colazione collettiva, parlando del più e del meno, per rilassarsi e per riscaldarsi le meningi in vista delle altre 19 regole.
2ª regola: subito dopo pipì a gruppi (e senza sbirciare dall’alto), i 20 stabiliscono che le ricchezze in comune siano paritarie e vengano spartite senza raccomandati.
3ª regola: confessare i propri errori del passato nel merito delle ricchezze da condividere.
4ª regola: reprimere la propria volontà a vantaggio delle classi deboli.
5ª regola: preferire gli altri a sé stessi anche a costo di apparire estremamente generosi.
6ª regola: evitare la pippe mentali e saper ascoltare i più intelligenti.
7ª regola: parlare solo nei momenti prestabiliti e quando si ha qualcosa di veramente importante da dire.
8ª regola: soffocare il riso scomposto se a qualcuno, noto per questo, dovesse sfuggire qualche gaffe non scusabile.
9ª regola: reprimere l'orgoglio e gli show personali (del tipo: inciampare e portarsi dietro tutti gli altri al grido di Lula lì, Lula Là, ma che cosa ci fai qua?)
10ª regola: parlare con gli altri senza la necessità di sentirsi un padreterno (un glande e mezzo, via).
11ª regola: chiedere il permesso di alzarsi per le grandi manovre fisiologiche. (Ma questo punto, come vedremo più avanti, ha i suoi pro e i suoi contro).
12ª regola: convincersi che non sempre la si può avere vinta.
13ª regola: comunicare con gli altri evitando gesti taurini, suini e quant’altro.
14ª regola: ore 13.00: proibizione assoluta di lottare per arrivare primi al self-service.
15ª regola: dopo il gran rutto, ritornare in assemblea sapendo che vanno ottemperate altre 5 fondamentali regole.
16ª regola: istruzioni per il viaggio di ritorno e le dichiarazioni solenni di fare sempre il bene nelle proprie comunità.
17ª regola: è consentito uno sgambetto a chi, se necessario, ti passa sopra pestandoti il callo, proprio quello collegato con il meteo.
18ª regola: restringere il campo visivo a due o tre partecipanti con i quali allearsi segretamente (fa parte del gioco democratico).
19ª regola: il presidente dell’assemblea esorta tutti e 20 i capi dei Paesi ad esercitare con onestà i propri privilegi senza scordarsi delle classi deboli.
20ª regola: se dopo un’assemblea di questa portata non vi siete mai alzati per i vostri bisogni fisiologici, state tranquilli poiché siete entrati nel novero delle persone stimabili e degne della più gran fiducia.
Tutti gli altri, continuate pure con i vostri bisogni.

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Hosteria del fischio gratis

Contro lo stress da rappresentanza abusiva di Berlusconi leggiti le "Novelle siciliane rivedute e corrette".

C’era molto, ma molto tempo fa, un tipo strano, alto un palmo e una tipa strana alta una palma. La palma era molto alta e slanciata, il tipo strano non superava la soglia della normalità. Insieme facevano una coppia molto palmare e male assortita. Ma a loro andava bene così.
Un giorno misero al mondo un bimbetto che, non appena fu in grado di emettere suoni, subito si mise a fischiettare canzoni del folklore locale. Fischia oggi e fischia domani, imparò tutte le arie e le romanze classiche e liriche, oltre alle canzonette. Una vera e propria musicoteca era la sua testa; finì che tutti lo chiamarono Motivo.

E lo chiamavano per ogni genere di incombenze e necessità. Dietro compenso, beninteso.
Metti che c’era un battesimo e Motivo accorreva; c’era un matrimonio e Motivo era là; c’era il funerale e lui, là; una festa paesana e quello fischiettava; una festa dell'Unità, finché se ne tennero. Una messa cantata con o senza processione, oppure feste carnascialesche, nessun problema: unire il sacro al profano era per Motivo una punta d’orgoglio.

E lo chiamavano pure per le telenovele e i film hard, le partite di pallone e i comizi politici. Per questi ultimi aveva un premio extra, se con i suoi fischi, riusciva a zittire l’oratore avversario.
Molto più particolarmente, se eri stitico, lo noleggiavi e con l’aiuto di Motivo non c’era proprio motivo che non la facessi.
Insomma, il ragazzo si fece uomo e con i grandi ricavati dei fischi si aprì una Hosteria e si diede alla ristorazione con sottofondi di fischi.

La Hosteria si chiamava: “Se non hai alcun motivo per mangiare, vieni da me: te ne darò Motivo!”.
Ma i primi tempi non se lo filava proprio nessuno; forse, pensava, la causa è nel nome della taverna che è troppo lungo. Decise di cambiarlo in: “Vieni: da me hai un Motivo per mangiare gratis!”.
Miracolo. Il giorno e la sera seguenti non c’era più un posto libero da sbatterglielo sul muso alla gente.
Un successone: in quella Hosteria si mangiava gratis e si ascoltavano i più bei fischi che mai si erano uditi.
Entrava di tutto in quella Hosteria, molti bianchi, tanti gialli, un solo nero che nella confusione nemmeno si notava, con esclusione dei rossi.
A Motivo infatti, glielo avevano detto i suoi genitori prima di morire: “Non c’è motivo che fai entrare a sbafo pure i rossi!”.

Vah che un giorno passò da quelle parti un mago incantatore con il suo codazzo di maghetti e streghette che espresse il desiderio di ascoltare qualche fischiata e soprattutto mangiare gratis. Costui sapeva realizzare mille e più prodigi e se gli rimanevi simpatico, capace che ti faceva dono di una qualche magia.
Entrarono tutti, quindi, e mangiarono con gusto e ascoltarono alcune delle più belle fischiate in voga in quel periodo. Poi un streghetta si rivolse a Motivo: “Motivo, perché non chiedi una magia al Mago?”.
- Sì, rispose Motivo, vorrei che tutti quelli che non sono d’accordo con i miei fischi restino incollati a quell’albero.
- Concesso, e mentre lo diceva già si vedevano i primi effetti della magia.
Più della metà dei maghetti e delle streghette volarono verso l’albero rimanendovi attaccati, a parte tutti gli altri avventori che si sentirono sollevati da una forza bruta e scaraventati anch’essi sull’albero.
Poi, il Mago, dopo aver liberato solo il suo codazzo, se ne partì.

Motivo restò solo con gli incauti clienti. Girò e rigirò attorno all’albero come un falchetto che dall’alto punta le sue prede. Poi, improvvisamente, si lanciò contro l’unico nero, l'unico irrimediabilmente un po’ abbronzato, e gli fischiò all’orecchio tutta la canzonetta di Vianello; “A A Abbronzatissimo”, spesso e volentieri cambiando solo nel genere: rap, rock, jazz, hully-gully e cha-cha-cha.
- Così impari a mangiare a sbafo senza ascoltare i miei consigli musicali!
Quello sventurato perse i sensi, ma imparò a spese sue che non si va a mangiare a sbafo alla Hosteria di Motivo senza accettarne le conseguenze. Non c’è fischio senza motivo, infatti.
E da quel giorno, tutti gli abitanti della contrada dove viveva Motivo ebbero nome, infatti, Fischietti motivati.

Ps.: (il nero, riavutosi dal trauma, se ne ritornò nel paese dei cartoni animati, e da lì, bombardò la Hosteria, radendola al suolo, ma senza riuscire a liberarsi del fantasma del fischiator cortese: si racconta che, nelle notti di plenilunio, sberleffi di fischi emergano dagli antri circostanti. Nessuno passa più da lì, da quei posti maledetti).

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lunedì 10 novembre 2008

Prova un po' a suonare questo violino

Che suono ti uscirebbe, se lo suonassi tu questo violino?

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Padre Pio Brunettik da Venezia

«Dopo essermi sentito come la Cuccarini, adesso mi sembra d’essere simile a Padre Pio: “Ho fatto il miracolo, ho fatto, riducendo del 50% i malati immaginari”.
E non è finita qui. Da gennaio tutti dal tabaccaio, mi raccomando.

La Pubblica amministrazione italiana sarà la prima al mondo, parola mia. Ma dovrete passare tutti dalla curva del tabaccaio, visto che siamo il paese che produce la Ferrari, e allora la mia Pubblica amministrazione sarà come una Ferrari e voi sapete che in quella famosa curva non abbiamo sbandato mai. Quindi tutti dal tabaccaio da gennaio in poi. Lì potrete pagare tutte le tasse che volete, la TV, la tassa dell’auto, i contributi per la colf. E parola mia, non vi annoierete perché io, che so’ Brunettik il partecipativo, l’antifannullone, lo spremi-meningi, ho detto al tabaccaio che a vostra richiesta vi si paghi pure la pensione. Cento, 200, mille, quello che vi fa comodo, via. Lì, dal tabaccaio, farete la fila come alla posta ma vi divertirete un casino visto che potrete comprarvi pure le sigarette e i gratta-gratta. Magari v'ammollo pure una vincita.

Che dite, so' geniale, neh?”

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domenica 9 novembre 2008

Quel gran centro di Broca di Tremonti

Come si fa, da una semplice domanda del centro di Broca di Tremonti non dà spazio ad equivoci e come tutti gli scienziati ragionatori e cinici ti schiaccia alle tue responsabilità di fazioso, ignorante, plebeo e senza erre moscia.

Quali mostruose frasi e parole e nomi non gli sono scappati dal quel centro di Broca, sol perché voleva dimostrare il suo teorema su Obama vincente.
E c’è riuscito, diamine.
Parole come “la cifra politica”, - cifra, certo, lui è un contabile - sulla possibilità di Obama "post partisan" di cambiare il mondo, ma anche “destino manifesto”, “liberismo radicale”, ed “eclettismo di fine secolo”.

Su Obama che salverà l’impero americano?
"Absentia" - ha detto - relativa all’Europa, di fronte al patto per spartirsi il mercato tra l’impero Cinese e l’impero Usa; "liberale e benevolo", "seduttivo e democratico", relativi all’Obama salvatore dell’impero. Poteva usare anche "romantico e abbronzato" e non l’ha fatto per estrema sensibilità verso un alleato. Ma tra un "fusion" e un "new age", è arrivato a ripetersi "sull’eclettismo di fine secolo". Impressionante. La metafora di un’America che, come Roma, conquistato il Mediterraneo, ne fu a sua volta dominata. “Graecia capta ferum victorem cepit”. Il soggetto è sottinteso.
Praticamente un uomo talmente crudele che per questo fatto è stato messo all’Economia per fare sfoggio del suo latinorum col fine ultimo di confonderti le idee e mandarti in apnea irrazionale.

Ma cos’è ‘sto eclettismo di fine secolo? Sbalorditiva metafora e grande intuizione di Broca: i famosi due modelli dell’America. Il primo: Eliogabalo, il famoso Re Sole romano che nel 216 a.C. venne proclamato imperatore dai legionari romani e che amava farsi adorare come dio vivente. Era anche gay dichiaratissimo e questo gettò scandalo nel Senato. Ma questa parte a noi non interessa.
La metafora – di grande effetto - del Re Sole impersonato da Eliogabalo, sulle tracce del quale Clinton “aveva il cuore a sinistra e il portafogli a destra”, come nella miglior tradizione di Wall Street: e ti rendi conto che, ascoltandolo ti vai perdendo nei meandri tortuosi di un uomo con una vasta cultura. Come puoi competere con uno così? E continui a dirti: non ci ho capito niente.

Poi il secondo, vah, che cita Adriano e lo mette in campo e lì Mourinho s’incacchia di brutto. Lo stesso Broca si corregge: “Ma io mi riferivo all’imperatore, che quando c’era Adriano, imperatore nel 116 a.C., le guerre dei romani furono poco frequenti, così sarà l’America di Obama, che avrà l’onere e l’onore di guidare il suo popolo fuori dalla crisi”. Ecco la profonda sapienza di un uomo come lui.
Capisci che siamo in buone mani perché oltre ai numeri sa pure di storia.

E parole come “tecnofinanza”, “subprime”, “nuovi bond”, “hedge”, “equity fund” e “derivati”, parole che la stragrande maggioranza dei comuni mortali disconosce, non hanno più nessuna importanza, in bocca a lui stampati stanno bene, perché sai che da un Broca così preparato ne può uscire solo del bene. Oddìo, sui “derivati” pare che ci siano pronti all’orizzonte “mostri depravati”, ma questo solo lui lo capisce. E nessuno sa che forma abbiano. Nemmeno lui. Cribbio, che soddisfazione, sapere che almeno questa lui non la sa!

Per finire ha citato San Tommaso D’Aquino con un “Nummus non parit nummos” e ancora la frase “fair trade”, che aveva proposto lui nel primo G8 del 2001, e non altri, ma la si ritrova in Obama.

Oremus.

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sabato 8 novembre 2008

Ecco che cosa si sono detti Barak e Silvio in 20 minuti

Finalmente l’abbronzato ha chiamato. O forse ha chiamato lo psichedelico. Chiunque abbia chiamato non ha più nessuna importanza. Ciò che conta è che si sono parlati affettuosamente per ben 20 minuti. E io so che cosa si sono detti... eh eh eh... Volete sapere che cosa?
Eccovi accontentati.

B.: Ciao, Barak! Io sono il Premier. Sono Berlusconi. Come stai?
O.: It’s ok! Yes, we can!
B.: No, dico, come va? Come stai?
O.: I’m fine. Who are you? (trad.: Bene, bene, ma tu chi sei?)
B.: So’ Silvio.
O: Ah, the psiconano. (Ah, lo psiconano!)
B.: Anche tu mi conosci?
O.: Everyone knows you in the States, thank to Grillo. (Negli States tutti ti conoscono, grazie a Grillo.)
B.: Volevo chiederti scusa in privato per l’innocente epiteto.
O.: Wow, what a joker! You insulted me earlier, but now you apologise. (Wow, che mattacchione! Prima m’insulti e poi chiedi scusa.)
B.: Come vedi, mi scuso in privato.
O.: This guy is sharp... this guy! (Mica stupido, l’amico.)
B.: Come?
O.: Friend, do you get me? Friend. (Amico, capito, amico.)
B.: Sì, lieto che tu mi confermi ciò: non avevo dubbi. Alla faccia di Veltroni!
O.: Veltroni? That guy who owns a house in New York? (Veltroni? Quello che ha una casa a New York?)
B.: Perché, lo conosci?
O.: I’ve heard about him. (Ne ho sentito parlare.)
B.: Va beh, tagliamo corto. Sai, mica potevo dirti che sei giovane e alto?
O.: Yes, I know.
B.: Che poi Putin e Medved si sarebbero offesi.
O.: Of course.
B.: Non sono certo alti.
O.: That’s true. And what of you? (E tu?)
B.: Anch’io!
O.: Oh, yes!
B.: Però son bello! Senti, Barak, io ti confermo la mia amicizia personale e quella della mia Italia.
O.: But we have never met or talked in person up till now. (Ma se non ci siamo mai visti né sentiti prima d’ora.)
B.: Embè, che vuoi farci, io son fatto così: sono un portatore sano del virus dell’amicizia.
O.: Wow!
B.: E per quanto riguarda l’abbronzatura...?
O.: Yes, we can! You can also get tanned over here in America. Come to see me. (Yes we can, anche tu ti puoi abbronzare qui in America. Vieni a trovarmi.)
B.: Davvero posso?
O.: Sure! What matters is believing in me. Do you believe in me? (L’importante è credere in me. Tu credi in me?)
B.: Fin dal primo giorno che ti sei portato a presidente.
O.: What a liar! But that’s cool. Ok, I wish you a very good night. See you soon. (Bugiardo, ma va bene così. Ok, dormi bene, a presto.)
B.: Anche te, a presto.

Dall’altra parte dell’Atlantico, una vocina femminile si sente al telefono: “Dad, who’s on the phone? Who are you talking to?” (“Papà, chi è? Con chi stai parlando?”.)
Si sente Barak dire: “I’m talking to an Italian man who claims to be Mr. Berlusconi. He has apologised… looking so serious. Amazing. Strange. Unbelievable. I was told very bad about him, but instead… ah, these italian psiconani... we’ll never know how to get them!” (“Con un italiano, uno che si spacciava per un tal Berlusconi. Si è scusato con me. Mi sembrava molto serio. Incredibile. Strano. Inverosimile. Mi avevano detto peste e corna, e invece… ah, questi psiconani italiani, non si sa mai come prenderli?”.)

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Berlusconello

Quale arguta profezia quella cantata del "Fortunello" di Petrolini: questo post, un mio personale omaggio al grande Ettore.

- Parlato:
Sono un tipo estetico,
asmatico, sintetico,
simpatico, cosmetico.
Amo la Bibbia, la Libbia, la fibbia
delle scarpine
delle donnine
carine, cretine.
Sono disinvolto, raccolto, assolto «per inesistenza del reato».
Ho una spiccata passione per il Polo Nord, il Nabuccodonosor, i lacci delle scarpe, l’osso buco e la carta moschicida. Sono
omerico,
isterico,
generico,
chimerico.

- Cantato:
Sono un uom grazioso e bello
son Berlusconello (Fortunello).
Sono un uom grazioso e sano
sono un aereoplano.
Sono un uom assai terribile
sono un dirigibile.
Sono un uom che vado in culmine
sono un parafulmine.
Sono un uom eccezionale
sono un figlio naturale.
Sono un uomo della riserva
sono il figlio della serva.
Sono un uom che vale un gramma
sono un radiotelegramma.
Sono un uomo senza boria
son il caffè con la cicoria.
Sono un uomo ginenegetico
sono un colpoapopletico.
Sono un uom assai palese
sono un esquimese.
Sono un uom che poco vale
sono neutrale.
Sono un uom senza coda
sono una pagoda.
Sono un uom condiscendente
sono un accidente.
Sono un uom della lega
del chi se ne stropiccia.
Sono un uom di Stambul
sono un parasul.
Sono un uom che fo’ di tutto
sono un farabutto.
Son un uom dei più cretini
Sono Berluschini (Petrolini).

Ma poiché non sono niente
sono un respingente.
Se avessi assai pretese
sarei un inglese.
Se fossi un gran ministro
sarei un cattivo acquisto.
Se vivessi ognor sperando
morirei cantando.
Se fossi una signora
lo vorrei ancora.
Se fossi una sciantosa
farei veder la cosa.
Se fossi una ciociara
la venderei più cara.
Se avessi un po’ di pane
mi mangerei il salame.
E se ne avete bast
io ve lo metto all’ast.
E quando sarò duro
sarò come un tamburo.
E quando sarò secco
me ne andrò a Lecco.
E quando sarò prete
avrò le mie segrete.
E come le pacchiane
avrei le sottane.
E come tutte le spose
avrei le mie cose.
Se mio nonno avesse la cosa
sarebbe mia nonna.
Se mia nonna avesse il coso
sarebbe mio nonno.

Se ogni giorno mi purgo
sono Pietroburgo.
Se mi purgo di rado
sono Pietrogrado.
Se fossi una cocotte
passeggerei la notte.
Per non avere impiccio
gli brucio il pagliericcio.

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venerdì 7 novembre 2008

Il Manifesto del Movimento degli Imbecilli

Questo blog non è insensibile al grido di dolore che dai tanti francobollati imbecilli da Berlusconi si leva verso di me implorante e rivendicativo. La società berlusconiana e la politica insultante del Primo ministro hanno creato disagi di gran lunga superiori alla tragica sconfitta della sinistra che non si riesce in alcun modo ad espiare. E a partire da queste quotidiane mortificazioni della nostra intelligenza viene redatto questo manifesto, affinché tutti possano rispecchiarsi nella propria personale imbecillità e da qui risalire la china. Bloggers che non vi riconoscete in questa balordaggine politica: diffondete e moltiplicate il seguente manifesto.

IL MANIFESTO DEL MOVIMENTO DEGLI IMBECILLI


Gli Imbecilli lottano per raggiungere i fini e gli interessi immediati della loro medesima classe, ma nel movimento presente rappresentano in pari tempi l’avvenire del movimento.
Gli Imbecilli chiedono a tutti gli altri Imbecilli di trovare una via comune e un'alleanza al fine di fronteggiare, fermare e ribaltare il più scaltro fra tutti.
Ogni movimento che tende al recupero della propria dignità di imbecille deve allearsi con tutti gli altri.
Entro questi movimenti si devono mettere in rilievo tutte quelle forme di umiliazione, mortificazione e insulto subiti individualmente dal più scaltro fra tutti.
Infine, gli Imbecilli lavorano dappertutto al collegamento e all’intesa dei movimenti degli Imbecilli di tutti i Paesi, vittime dei più scaltri di ciascun Paese.
Gli Imbecilli sdegnano di nascondere la loro imbecillità e le loro intenzioni. L’imbecillità di fronte al più scaltro fra tutti è, al contrario, una fonte di energia di forte orgoglio e di contrapposizione classista.
Inoltre, dichiarano [gli Imbecilli] apertamente che i loro fini possono essere raggiunti soltanto con il ribaltamento drastico di tutto l’entourage che sostiene e osanna il più scaltro fra tutti.
I berluskones tremino al pensiero d’una rivoluzione degli Imbecilli. Questi ultimi non hanno da perdervi che la propria imbecillità. E hanno una più libera intelligenza da guadagnare.

IMBECILLI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI!

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Non abbiamo un Obama italiano, ma teniamo tante Amebe

NEW YORK, 7 NOV - Il presidente eletto degli Stati Uniti, Barack Obama, ha telefonato a 9 leader mondiali che lo avevano chiamato per congratularsi. Obama ha chiamato per ringraziarli:
1 il presidente francese Nicolas Sarkozy,
2 il messicano Felipe Calderon,
3 il sudcoreano Lee Myung-bak,
4 il premier australiano Kevin Rudd,
5 il canadese Harper,
6 l’israeliano Ehud Olmert,
7 il giapponese Taro Aso,
8 il britannico Gordon Brown,
9 la tedesca Angela Merkel.

E poi, basta. L'elenco delle personalità si ferma alla Merkel.
Perché?
Ma già qualcuno deve aver notato la mancanza dell’ameba.
Ditemi, non è un affronto questo, dopo che il nostro gli ha dato dell’abbronzato? Dopo una carineria simile?

Peccato non avere un Obama in Italia che avrebbe potuto trattarlo da pari a pari. Un Obama no, ma tante amebe sì, come a destra così a sinistra.
Cosa ha detto l’ameba italiana più importante? Che:
«Se scendono in campo gli imbecilli siamo fregati. Dio ci salvi dagli imbecilli. Come si fa a prendere un grande complimento come una cosa negativa? Ma che vadano a...».

È stato chiesto a Obama come mai non avesse telefonato al Nostro e il neo presidente, ha risposto in un impeto di sincerità: «Chi?». Eloquente risposta. In quel “Chi” c’è tutta quanta la nostra consapevolezza che il leader abbronzato non conosca l’italiano.

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giovedì 6 novembre 2008

Primo effetto Obama su Berlusconi: l'uso della forza militare

Berlusconi: “La Tav si farà anche con la forza, tanto domani smentisco”.
Non sono trascorse che poche ore dalla vittoria di Obama che già il cambiamento è entrato militarmente nella testa del Nostro. Vuole reprimere con la forza militare ogni dissenso civile ai programmi di "riformulazione ambientale da Tav" che ha in mente di concludere.
Ecco, uno dei «consigli che gli potrà dare [a Obama] perché più anziano, e lo farà quando lo abbraccerà di persona». Perché se le cose non entrano dal portone entreranno dalla porta.

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mercoledì 5 novembre 2008

No, non di Obama parlerò, ma del suo nuovo amico!

Mentre tutti parlano di Obama, beati e contenti, anch’io lo sono, specie ora che mr. Bush se ne va, vi rimando a ciò che disse Chomsky sui candidati durante la campagna elettorale, e vi parlerò anche del suo nuovo probabile futuro amico e della sua catarsi.

Questo candidato all’amicizia col nuovo presidente americano era riuscito a trovare un posto nella storia al suo precedente amico Bush, che all'incirca 20 giorni fa, aveva osannato e incensato, ora quasi dimenticato.

L’amore tra le due B, a quanto pare, non era di quello cementato col cemento armato, ma dai fuochi di Sant’Antonio che sono stati sparsi tra l’Iraq e l’Afghanistan per combattere il diabolico e mai sconfitto terrorismo che vi si annida.

Al Bush resta il posto che Berlusconi gli ha trovato, anche se io, se fossi Obama, lo citerei in giudizio per tutti i danni irreversibili che ha commesso nei suoi otto anni di imperialismo guerrafondaio e gli troverei un posto sì, ma in galera.
Del resto, dice Obama, l’America è il Paese dell’impossibile che si fa possibile. Niente di strano che prima o dopo, qualcuno chieda il conto al mister Doppia W.

Ma, per ritornare al nostro piccolo paesello italiano che vive in democrazia, ora qui si vive con l’angoscia pulsante dello “sporco negro” presidente americano con cui fare i conti. E come si fa adesso, in Padania?
L’unica strada, per ora, è appunto quella delle dichiarazioni e delle ostentazioni di contentezza.
Napolitano ha parlato di grandi svolte di speranza, di libertà e di pace. E se avesse vinto McCain, che avrebbe detto?

“L’amicizia tra noi e gli americani continuerà a crescere”, ha detto invece il Nostro, e anche “se fosse stato eletto un bianco, per noi non avrebbe avuto nessuna importanza. Del resto sia con Bush sia con Clinton, uguale fu”. E poi, con la modestia che gli è congeniale, ha aggiunto: «Consigli gliene posso dare perché sono più anziano, lo farò quando lo abbraccerò di persona». Ecco, come all’inizio si diceva, il fedifrago che se la sgnocca all'americana, dimenticando che cambiare la vecchia per la nuova, poi nei casini ci si ritrova!
La sua catarsi che comincia a fare capolino. Ora però tutto dipende dai politici del “dàgli al negro”! Riuscirà a convincerli a cambiare disco?

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martedì 4 novembre 2008

Menzamaddìu acchiana Gnaziu a ginirali, finisci ‘a guerra e cumincia ‘a paci!*

Oggi IV novembre: “È ritornato forte il legame tra le FF.AA. e la popolazione!”. Sì, come no, lo aspettavamo con ansia!
Mentre il mondo tutto si sta occupando di Barak Obama, io vi tengo sott’occhio l’Ignazio che menzamaddìu lo perdi di vista quello è capace di rigiocarsi tutto a Caporetto con gli Austriaci, ribaltare la caporetto in un trionfo personale e reinventarsi un'altra festa, oltre il 4 di novembre, anche un 24 ottobre, data della disfatta. E dichiarare pure, che gli 11.000 morti italiani erano stati preventivati e accolti nell’olimpo degli eroi.

Macello. Il macello della Grande Guerra.

Che storia è questa?
Questa è la storia personale di Ignazio, uno di noi, un patriota e un cittadino che è nato con il pallino dell’eroico esercito a tutti costi, degli anniversari tragici e sanguinosi e delle feste dei morti in guerra da ricordare…

Un vero e proprio castigo di Dio. Mi preoccupa non poco questo operatore di pace che ha praticamente fatta un’insalata di storia patria dal sud al nord via centro, dichiarando dopo 90 anni da quei terribili giorni, che il nostro popolo trovò il compimento della propria identità che si partiva dal Risorgimento e finiva verso il 4 di novembre. Di quale identità sta parlando? Dei sanculotti meridionali che ancora oggi non hanno risolto il problema se devono riconoscersi italiani in mezzo ai leghisti e se questi devono riconoscersi italiani tra terroni?

Che poi, vengo e mi spiego, costui oltre ad essere mio conterraneo, ha pure la mia stessa età. Com’è che io amo la guerra e lui pace? Né io né lui conosciamo gli orrori della guerra, eppure lui ama la pace così come io amo la guerra. Possibile che da piccolino nessuno gli abbia inculcato tutti i valori negativi che la guerra porta in sé.

Proprio non siamo uguali, neanche se si mette a cavalcare, come Trigeo, uno scarabeo gigante e se ne vola sull’Olimpo degli Ignazi a perorare, davanti agli dei, il ritorno della guerra, così che lui, poi, porta l’esercito che è uno strumento di pace e rimette tutto a posto.
Ma quelli, gli dei, gli hanno riso in faccia e si sono defilati, stanchi e annoiati a furia di pace. E l’Ignazio, rimasto solo e senza guida, si autoapostrofa così: "Ignazio La Russa: presente!".
E mentre le stelle che corrono per l'aria gli strabuzzano gli occhietti di triglia, l'Ignazio s'addorme felice perché un'altra giornata di fatiche e di retoriche è passata!

* Menzamaddìu acchiana Gnaziu a ginirali, finisci ‘a guerra e cumincia ‘a paci!
trad.: dio non voglia, se Ignazio diventa generale, finisce la guerra e comincia la pace.

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Quell’inutile macello della grande guerra del 15-18

Pensieri di guerra, sulla guerra, per la guerra, contro la guerra, durante la guerra, dopo la guerra.
“La grande guerra che, giustamente, a mio parere, viene chiamata «guerra mondiale», e non già perché l’ha fatta tutto il mondo, ma perché tutti noi, in seguito a essa, abbiamo perduto un mondo, il nostro mondo. [...]”. (Joseph Roth , La cripta dei cappuccini).

“Ci pare che mai un evento storico abbia distrutto in tal misura il così prezioso patrimonio comune dell’umanità, turbato talmente tante delle più lucide intelligenze, inabissato così profondamente tutto quanto vi è di elevato”.
“ [La guerra] ci ha strappato gran parte di ciò che avevamo amato e mostrato la caducità di ciò che avevamo ritenuto durevole e stabile”. (Sigmund Freud, Considerazioni attuali sulle guerra e la morte, 19159).

“Quale altro mezzo poteva esserci, in regime capitalistico, per eliminare la sproporzione tra lo sviluppo delle forze produttive e l’accumulazione di capitale da un lato, e dall’altro la ripartizione delle colonie e delle «sfere di influenza» del capitale finanziario, al di fuori della guerra?”. (Lenin, Opere).

“Poi venne la guerra, e con essa la rivelazione di ciò che era comune a tutti. Fu l’imposizione irresistibile della fedeltà silenziosa al dovere, della disciplina e della bravura della massa, e il trionfo del lavoro concreto. Nel lavoro bellico si è realizzata l’unione di tutti, in alto e in basso, colti e incolti, e i vincoli sono diventati di nuovo quelli naturali del lavoro e della prestazione”. (Ernst Troeltsch, storico tedesco).

“Per dichiarare la guerra o per tagliare a fette colla diplomazia il mondo, per trattare di compensi, per fare la pace o stipulare accordi, bisogna conoscere tutti i lati del problema [...]. Siccome questi dati oggi a conoscerli in Italia sono solo il governo e gli uomini ai quali questo li comunica per avere consiglio ed aiuto, così al governo solo e ai suoi consiglieri spetta la decisione. Noi dobbiamo tacere, prepararci, ubbidire, attingendo la forza necessaria per far questo all’amore di patria e alla nozione del dovere dataci dalla nostra fede”. (Padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università cattolica).

“[Le guerre di lunga durata] sono impossibili in un’epoca in cui l’esistenza delle nazioni si basa sullo sviluppo ininterrotto del commercio e dell’industria. Se l’ingranaggio dell’economia industriale si arresta, una rapida risoluzione dei conflitti deve consentire di metterlo nuovamente in moto. Non si possono tirare le cose per le lunghe con una strategia di logoramento, quando il mantenimento di milioni di persone richiede un dispendio di parecchi miliardi”. (Schlieffen, capo di stato maggiore tedesco).

“C’è in tutti una tensione esasperata, tutti sono impazienti di percorrere presto la pianura, con la baldanza e la facilità con cui s’è già passato l’Isonzo… Il più, il passaggio dell’Isonzo, era fatto: l’aveva compiuto la nostra compagnia e c’era stato un morto solo e un ferito. Bisognava superare la pianura e varcar l’altopiano, per essere in quindici giorni a Trieste”. (Giani Stuparich, Diario di guerra). [I quindici giorni erano diventi tre anni e mezzo, l’unico morto si moltiplicò fino a 700.000].

“Reggimenti, battaglioni, compagnie; che cosa significano ormai questi nomi? Non sono che vuote parole, designanti sparuti raggruppamenti di uomini o meglio di adolescenti. Tra essi si trovano tubercolotici, malati di cuore, uomini dai corpi solcati da lunghe cicatrici, dalle mani mancanti di qualche dito; uomini che sono scampati, in Russia, al tifo o allo scorbuto e che adesso, tornati in patria, vengono di nuovo mandati al fronte. Non più soldati, ma poveri disperati”. (Fritz Weber, La fine di un esercito).

“Le subentranti necessità della guerra imposero la affrettata mobilitazione di rilevanti quantitativi di truppe, tratte dai riformati e inquadrate con sommario accertamento della idoneità fisica, al punto che, in un certo periodo, si verificò quasi «una vera leva di massa», col conseguente invio al fronte di individui fortemente tarati, se non addirittura affetti da forme morbose in atto, specialmente a carico dell’apparato respiratorio e del sistema nervoso. Individui con affezioni croniche bronchiali e pleuriche furono in gran numero immessi nelle file dell’esercito, insieme a una folla indistinta e indifferenziata di malati nervosi e psichici, sospinti, man mano, negli ospedali, nei manicomi o nelle carceri”. (Alfredo Bucciante, responsabile dei servizi sanitari militari italiani, 1942).

“Non basta scoprire che un tale è un simulatore: il medico ha un compito più nobile, deve restituire all’esercito un soldato, alla patria un cittadino”. («Quaderni di psichiatria», 1918).

“La paura di perdere la vita, l’opposizione all’ordine di uccidere altra gente, la ribellione contro i superiori che reprimevano indiscriminatamente la loro personalità: queste erano le fonti affettive più importanti da cui traeva alimento la tendenza dei soldati a sfuggire alla guerra.
Un soldato per il quale questi motivi affettivi fossero stati molto potenti e limpidamente consapevoli, avrebbe dovuto, se era un uomo sano, disertare o darsi ammalato”. (Freud).
La grande guerra (che doveva essere una guerra-lampo) durò quattro anni, fece danni terribili, costò milioni di morti, produsse sofferenze inaudite e immense difficoltà economiche, e diede l'avvio al germe del nazifascismo.
Come promemoria per i "tanti ministri alla difesa" di questo governo.

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