"Avremmo voluto che l'Italia fosse diversa e abbiamo fallito. Non è più un posto in cui si possa stare con orgoglio. Per questo il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero".
Posto che si sia capito l’estremo dramma di questo genitore, qui il problema è capire l’altro aspetto della questione: se c’è una specie di rassegnazione amara, o d’impotenza mascherata, dietro questo suggerimento che viene rivolto al figlio, che va contro il principio del diritto di sopravvivenza nei luoghi ove si nasce e ci si compiace di vivere, malgrado l’orribile sistema sociale in cui versa oggi questo Paese, mi chiedo se non è sia legittimo catafottere i responsabili di questo andazzo e fare di tutte l’erbe un fascio – una rivoluzione, insomma – o prendere veramente armi e bagagli e andarsene via, scordandosi di tutto: sono cazzi solo di chi rimane!
Ritengo che il desiderio per un futuro migliore non sia un problema vitale solo per i giovani. È assillante pure per i meno giovani e per chi non ha avuto dalla vita gli stessi diritti dei privilegiati e vivacchia alla meno peggio. È giusto che chi ha studiato e sta studiando proficuamente debba avere il corrispettivo in fase di realizzazione dei propri obiettivi; ma anche gli altri, che non hanno studiato, i precarizzati d’ogni ordine e ceto, devono avere lo stesso diritto ad un futuro migliore. Chi va via dall’Italia per studiare fuori e, di conseguenza, trovarsi un posto di lavoro all’altezza dei suoi studi, sono i pochi fortunati che hanno una famiglia che si può permettere di sostenerli: e tutti gli altri? C’è differenza anche in questo per chi parte per mancanza di prospettive volendo rimanere onesto e senza chiedere favori al padrino di turno, e chi parte per disperazione solo economica. In tutti e due i casi, comunque, è una vera e propria perdita di cervelli.
Fortunatamente, per quelli che restano perché non possono – o non vogliono fare diversamente –, sono a disposizione ben altri cervelli, dalla politica alla finanza, dall’imprenditoria al sindacato, dalla sanità alla sicurezza, dalla chiesa all’esercito, discretamente gestiti dal lucido controllo delle mafie.
La vita finisce là dove inizia la rassegnazione e comincia il regno dell’«amaro fato». D'altronde, questa forma di società ci ha insegnato ad autoannientarci, provando compassione per il gregge, per lucro di morale e di denaro, solo nelle feste comandate o perché il capoccia politico o spirituale dicono, a turno, che occorre fare la volontà di Dio, cioè del loro Potere in corso.
Posto che si sia capito l’estremo dramma di questo genitore, qui il problema è capire l’altro aspetto della questione: se c’è una specie di rassegnazione amara, o d’impotenza mascherata, dietro questo suggerimento che viene rivolto al figlio, che va contro il principio del diritto di sopravvivenza nei luoghi ove si nasce e ci si compiace di vivere, malgrado l’orribile sistema sociale in cui versa oggi questo Paese, mi chiedo se non è sia legittimo catafottere i responsabili di questo andazzo e fare di tutte l’erbe un fascio – una rivoluzione, insomma – o prendere veramente armi e bagagli e andarsene via, scordandosi di tutto: sono cazzi solo di chi rimane!
Ritengo che il desiderio per un futuro migliore non sia un problema vitale solo per i giovani. È assillante pure per i meno giovani e per chi non ha avuto dalla vita gli stessi diritti dei privilegiati e vivacchia alla meno peggio. È giusto che chi ha studiato e sta studiando proficuamente debba avere il corrispettivo in fase di realizzazione dei propri obiettivi; ma anche gli altri, che non hanno studiato, i precarizzati d’ogni ordine e ceto, devono avere lo stesso diritto ad un futuro migliore. Chi va via dall’Italia per studiare fuori e, di conseguenza, trovarsi un posto di lavoro all’altezza dei suoi studi, sono i pochi fortunati che hanno una famiglia che si può permettere di sostenerli: e tutti gli altri? C’è differenza anche in questo per chi parte per mancanza di prospettive volendo rimanere onesto e senza chiedere favori al padrino di turno, e chi parte per disperazione solo economica. In tutti e due i casi, comunque, è una vera e propria perdita di cervelli.
Fortunatamente, per quelli che restano perché non possono – o non vogliono fare diversamente –, sono a disposizione ben altri cervelli, dalla politica alla finanza, dall’imprenditoria al sindacato, dalla sanità alla sicurezza, dalla chiesa all’esercito, discretamente gestiti dal lucido controllo delle mafie.
La vita finisce là dove inizia la rassegnazione e comincia il regno dell’«amaro fato». D'altronde, questa forma di società ci ha insegnato ad autoannientarci, provando compassione per il gregge, per lucro di morale e di denaro, solo nelle feste comandate o perché il capoccia politico o spirituale dicono, a turno, che occorre fare la volontà di Dio, cioè del loro Potere in corso.



















