domenica 31 gennaio 2010

Il mestiere del berlusconi: dubbi per le risate a comando

Voi non lo sapete ma il mestiere del berlusconi è un mestiere difficile, più d’ogni altro al mondo, più di un idraulico, di un apicoltore, di un sagrestano, di un arbitro. Infatti, se chiamate un idraulico, a parte trovarne uno libero e i quanto vi costa, costui non saprebbe risolvere i problemi dell’apicoltore, del sagrestano e dell’arbitro messi insieme: la vostra casa resterà sempre satura di tutti quei tipi di problemi e l’idraulico ve ne aggiusterebbe solo uno, se gli riesce. Lo stesso vale se chiamate l’apicoltore o il sagrestano o l’arbitro. Vi porterebbero scompiglio con gli sciami impazziti anche se vi resterebbe un po’ di miele, con le campane a martello pure se vi resterebbe un terribile mal d’orecchi e con una schiera di cornuti di cui l’arbitro è guida spirituale e voi dei semplici apprendisti. Invece sarebbe utile affidarsi ad uno che conosce a fondo il mestiere del berlusconi. La maggioranza degli italiani si è affidata a questa balia e oggi ne sta poppando i frutti.

Siete perplessi di fronte a questa ovvietà? Siete rimasti solo una minoranza ancora incredula, pochi uomini integri a fronte dei tanti rinoceronti inquadrati (Ionesco docet). Affidatevi alle cure di questo provetto artigiano e non avrete a pentirvene. Arriva sempre nella vita di tutti il gran momento, quando bisogna fare una scelta, decidere con chi stare - meglio tardi che mai - da chi farsi aggiustare i problemi di casa. Soprattutto immaginate come starete bene dopo che vi siete fatti aggiustare il conto corrente quasi a secco, specie se chiedete un posto da politicante.

Certo, la scelta non è facile se siete abituati ad andare sempre controcorrente; ma, credetemi, cosa c’è di meglio di un ovattato mondo di sordi consapevoli di esserlo; cosa, di meglio, di una maggioranza d’accordo su tutto, eccetto che sul pallone; occorre fare una scelta subito, prima che sia troppo tardi; prima che all’artigiano scappino via la pazienza e la tolleranza. Con il minimo sforzo si può raggiungere il massimo obiettivo: passare dalla sua parte. Provatelo, per gli increduli, fatevi aggiustare tutti i vostri problemi e poi mi direte. Se restate fermi nella vostra posizione poi non potrete più assaggiare le sue barzellette terapeutiche. E noi sappiamo che una risata aiuta a guarire. Nutriamo dubbi per quelle a comando

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In questa loro società berlusconista

In questa loro società berlusconista, più stronzate si compongono, più facile è diventare ministri. Se ne componi di meno, hai diritto al sottosegretariato. Se ancora meno del meno, puoi aspirare ad un posto da candidato. Se ancora meno del meno del meno, hai diritto a portar le borse dei capi e dei capetti. Se sei uno zero assoluto - per questa loro società - hai però diritto di mandarli a fanculo: è la sola soddisfazione che resta, fino a che non metteranno una tassa sul vaffanculismo.

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sabato 30 gennaio 2010

Storia d’amore tra un precario del sud e una secca del nord o viceversa

L’inverno è ormai quasi a metà.

Portava un soprabito grigio-bluastro, di foggia leggera, della provincia di Foggia. Tremava per il freddo ai piedi perché indossava un solo sandalo quando decise di prendere la corriera per Andalo, mentre con l’altro piede nudo scriveva interessanti simboli di disprezzo verso la società nella melma della strada. Aveva trovato un lavoro, finalmente, al nord, dopo aver letto un'accattivante offerta di lavoro sul giornale.

La sua fidanzata, di Abbiategrasso, molto secca, ne aveva trovato uno a Lampedusa, nell’ambito dello scambio di esseri umani precari nord-sud. Quando giunse nell’isola un pescatore parcheggiato sulla spiaggia subito la scambiò per un’esca dopo averne osservate le fattezze, e voleva a tutti i costi attaccarla all’amo come inganno per pesci, ma lei si ritrasse indispettita urlando che era un’insegnante precaria di Abbiategrasso e, a dispetto della città d’origine, la sua magrezza non doveva trarlo in inganno. «Non ci sono regole né criteri per le esche: ogni esca è buona finché è viva. Ragion per cui, esca dalla mia spiaggia finché è ancora viva; dopo non potrei più rispondere delle mie azioni. Ho fame!», disse quello.

Il freddo intenso porta consiglio seduti in circolo attorno al gran braciere e la storia deve continuare fino a quando non finisce.

Ad Andalo, il ragazzo aveva trovato lavoro come bagnino... a Lignano Sabbiadoro e un giorno alla settimana, solo però se c'era il sole, doveva farsi andata e ritorno i 600 e rotti km perché così aveva voluto il destino della povera gente. La padrona della sedia a sdraio e dell’ombrellone abitava ad Andalo, capite la tragedia. E amava il mare. Non poteva amare la montagna? No! Lei amava il mare. E così il ragazzo della provincia di Foggia, che portava un vestito di foggia leggera, amava invece la tipa di Abbiategrasso, molto secca, che aveva rischiato di trasformarsi in esca per colpa della fame di un pescatore di Lampedusa.

Un giorno s’incontrarono per fatal combinazion. Lui decise di tirare dritto, stanco per quello schifo di lavoro, e scese fino a Tagliacozzo con la speranza d’incontrarla a metà strada. Lei, dopo mille sventure, non capiva bene perché la Lega del Nord agitasse anche a Lampedusa lo spettro dei terroni, lei così secca - sembrava essere una vera clandestina -, riuscì a sfuggire alle mire del pescatore indemoniato, prese il pollice, lo mise dritto e cominciò a fare l’autostop. Nessuno la caricava. E certo, era troppo secca per sembrare onesta. E allora camminò, camminò e camminò fino a quando giunse anche lei a Tagliacozzo. Nella piazza vide un corpo con un sandalo che camminava senza orientamento. Guardò meglio e s’accorse che mancava della testa. Già, si disse, era ovvio a Tagliacozzo; e, d’altra parte i tagliacozzani portavano tutti la loro bella testa sul cozzo, quindi, si disse, che l’aveva perduta per suo amore.

Si incontrarono, si abbracciarono e decisero di non lasciarsi più. Poi lei gli chiese della testa e lui la tirò fuori dallo zainetto. Era una bella testa di riserva che aveva preservato per un futuro migliore. L’armonia scese tra i due e con i pochi spiccioli addosso decisero di partire insieme l’uno per Morro d’Oro, l’altra per Monghidoro, o al contrario, perché così scegliendo avrebbero più facilmente capito che non è l’oro che rende ricchi, però avercene li avrebbe liberati dalla precarietà. Forse.

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Il sentiero delle lacrime - 4

Immagine accanto: Tecumseh, capo Shawnee.

Tecumseh e gli ultimi tentativi di resistenza a est.
Handsom Lake è contemporaneo di un altro profeta, sostenitore della lotta armata, Tenskwatawa, fratello del capo shawnee Tecumseh. Dal 1805 al 1811 il capo e il profeta vanno di tribù in tribù per risvegliare nei vinti l’orgoglio perduto, e per convincerli a unirsi alla lotta. Preoccupato per l’attenzione suscitata dal “messia” shawnee, il governo tenta di scalzarne il prestigio spingendo alcuni capi a vendere le loro terre. E quando Tenskwatawa lancia un gruppo di guerrieri male organizzati contro il forte di Tippecanoe, la loro sconfitta è anche quella di Tecumseh. Un’occasione favorevole sembra delinearsi di nuovo nel 1812, quando scoppia la guerra tra Inghilterra e Stati Uniti sui Grandi Laghi: Tecumseh si allea con gli inglesi, che lo abbandonano nella battaglia del Thames, dove trova la morte.

Con la sua scomparsa crolla definitivamente la resistenza indiana a est. Le tribù rifluiscono a ovest del Mississippi, in una regione che pare loro un’oasi di pace. Le tribù che decidono di restare a est devono piegarsi alla politica di Andrew Jackson, il nuovo presidente degli Stati Uniti, sostenitore dell’integrazione degli indiani ma anche propenso al trasferimento delle tribù nelle riserve.

Creek, Cherokee e Choctaw accettano di europeizzarsi e diventano “le tribù civilizzate”, si convertono al cristianesimo, mandano i figli a scuola e lavorano la terra. Ma quando viene scoperto l’oro in territorio cherokee gli americani non si daranno tregua finché non ne avranno cacciato la tribù. Per evitare l’espulsione dagli stati della Georgia e dell’Alabama, gli “indiani civilizzati” ricorrono alla legge dei bianchi, e chiedono alla Corte Suprema di sospendere le decisioni prese contro di loro. Il verdetto non si fa attendere: “La Nazione cherokee è una Nazione asservita e dipendente”. Così, nell’anno 1830, il popolo Cherokee si incammina lungo il “sentiero delle lacrime”: attraversa il Mississippi e si stabilisce in Oklahoma, accanto a decine di altre tribù già cacciate dall’est. Lì il governo garantisce loro terre “finché spunterà l’erba e i fiumi scorreranno”.

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(Fonte: I Pellerossa - Philippe Jacquin - L'Unità, Universale Electa/Gallimard).

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L'umanità della Fiat

La Delivery Mail, ditta dell'indotto Fiat, ha ritirato le lettere di licenziamento per i 18 lavoratori.

Scusandoci per i disagi che Vi abbiamo procurato a Voi tutti e alle Vostre famiglie, Vi rendiamo noto che abbiamo rinnovato la commessa alla Delivery e, a seguito di ciò, quest’ultima ha revocato i licenziamento per le Vs. Signorie. Sarete trattati alla stregua di tutti gli altri lavoratori, in questo caso sarete posti in CiG.

A nome di tutta la famiglia Fiat, degli Agnelli, degli Elkann e di Marchionne, che in questo momento si trova a Det-h-roiiiiit..., tutta la nostra simpatia, la nostra solidarietà e il nostro bentornati a casa. Una messa sarà celebrata nella Cappella Maggiore di Casa Fiat alla presenza del Presidente del Gruppo, per ringraziare Dio d’averci illuminati in questo grave frangente di crisi sociale.

Sì, è stato un miracolo. Nel giro di poco tutti gli angeli d’Italia, politici, bancari, eminenze grigie, cardinali, sindacalisti si sono prodigati a suggerire concitatamente una buona fine sulla risoluzione del Vs. caso, richiamandoci alle nostre responsabilità morali, sociali, economiche, che potrebbero sfociare, se non mantenute, in chissà quali non meglio precisati torbidi sociali...

Certo, noi, non abituati a concertare con i tetti, e vedendo lo scempio che avete fatto a quel tetto e, in più, l’averci posto sulla bocca di tutti in Tv, siamo stati costretti a denunciarvi per occupazione illegale di tetto privato. Un atto dovuto che va a pareggiare la revoca dei Vs. licenziamenti. Certi che non ce ne vogliate, vogliamo assicurarvi che nulla abbiamo a pretendere da disastri tipo pipì, cacche e avanzi di cibo che eventualmente troveremmo lassù. Del resto, essendo Voi addetti alle pulizie tecniche, vi sarete certamente dati da fare per lasciare tutto in ordine. Se poi la volonta di Dio ci illuminerà ancora, chissà che da parte nostra non si ritiri la denuncia.

È tutto, grazie.
Con Osservanza
Fiat (opus dei).

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venerdì 29 gennaio 2010

Inzac: sono convinto di riuscire a perdere questa sfida

Quando un allenatore è costretto a dire cose strane, i suoi più intimi pensieri prendono corpo sportivamente a tradimento.

(ANSA) - TORINO, 29 GEN - "Non è giusto voltare pagina, ma non riconosco il lavoro precedente, perché la Juve ha proposto un calcio perdente": lo ha detto Alberto Inzaccherato. Queste le prime e ultime parole famose del nuovo tecnico bianconero presentato oggi alla stampa. "Odio tutte le sfide, parte lo stesso ciclo vecchio. L'organico non è molto importante e non so quante squadre siano inferiori alla Juve - ha aggiunto il tecnico romagnolo - Porterò i miei accorgimenti, ma soprattutto sono convinto di riuscire a perdere questa sfida".

(A parte): “Ma chi cazzo me l’ha fatto fare?”.

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Le parole da gran crociata che arrivano da Dio

"Gli immigrati delinquono quanto gli italiani."

Lo dice un monsignore che, col cognome che si ritrova, Crociata - mai cognome fu così azzeccato e tempestivo - non ammette repliche. E con questo, chiuso l’argomento “tanta criminalità uguale tanti clandestini”, cavallo di battaglia del nostro grande beniamino parlante.

Scusi la libertà, monsignore, ma con quel po’ po’ di cognome, come mai non ne indice una come si deve sacra, giusta e imparziale che metta fine alla lussuria dell'intolleranza politica? Permessi speciali che non arrivano? Io, al posto suo, la sfrutterei al massimo. È una vera e propria fortuna la sua. Una grande disperazione per chi non ce l'ha.

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Il sentiero delle lacrime - 3

Battaglia fra Fox e Sioux di CatlinImmagine accanto: "Battaglia fra Fox e Sioux raffigurata da Catlin".

Forte dei propri successi, la giovane nazione non nasconde le sue divoranti ambizioni.
Quando, nel corso delle trattative, si comincia a discutere il problema dei territori a occidente del Mississippi, lo spagnolo conte De Aranda avanza l’ipotesi che quei territori appartengano esclusivamente alle Nazioni indiane “libere e indipendenti”. Dal negoziatore americano riceverà questa secca risposta: “Per quanto riguarda gli indiani, reclamiamo la priorità del controllo politico su di loro rispetto agli altri Stati, e rivendichiamo la sovranità su tutto il territorio”.

L’applicazione di questa politica non si fa attendere: nel 1784 gli Irochesi sono costretti a cedere una parte dei loro territori; vien fatto loro brutalmente capire che non sono altro che un popolo sconfitto che deve sottostare al nuovo stato di cose. Il governo distribuisce ai veterani della rivoluzione terre nella valle dell’Ohio e a sud dei Grandi Laghi. Per ridurre all’obbedienza gli indiani di questa regione il generale Wilkinson li convoca, e con un discorso molto duro spiega loro che “i guerrieri degli Stati Uniti sono numerosi come gli alberi della foresta”. Per reazione gli indiani del nord-ovest si organizzano in un’ampia confederazione che riunisce Delaware, Ottawa, Potawatomi, Miami, Shawnee, Chippewa e Wyandot, e che ha a capo Giacca Azzurra. Ma la potenza militare degli Stati Uniti reprime il tentativo di rivolta: nel 1794 il generale Wayne sconfigge duramente gli indiani a Fallen Timbers.

L’ordinamento del 1797 potrebbe lasciar sperare in una regolamentazione più giusta dei problemi riguardanti il territorio, perché riconosce la legittimità della proprietà tribale, la sovranità degli indiani sulle loro terre e considera le tribù come potenze straniere con le quali si possono stipulare trattati. Allo stesso tempo però stabilisce che le regioni dell’ovest potranno costituirsi in territori che, una volta raggiunta una popolazione di 60.000 coloni, saranno ammessi tra gli stati dell’Unione. Una simile ambiguità lascia il campo libero alla colonizzazione del ontano ovest, il Far West.

Il disprezzo dei pionieri, l’orgoglio indiano.
Insaziabili, i pionieri dissodano terreni su terreni, senza preoccuparsi minimamente dei loro vicini indiani; lasciano vagabondare nelle foreste i maiali, recintano i pascoli dove le tribù tenevano i cavalli. Nuovi scontri sono originati dal problema delle segherie poste lungo i fiumi. Da un giorno all’altro una foresta, proprietà collettiva di una tribù, si trasforma in proprietà privata con il divieto di tagliare o di accatastare legna. È più di quanto gli indiani riescano a sopportare. Una nuova resistenza si organizza. La lotta d’ora in poi si identifica con un forte desiderio di ritorno alle tradizioni e con un vigoroso senso di unità, ma è anche il frutto di un rinnovamento religioso che è incarnato da Handsom Lake, un seneca.

Toccato profondamente, come molti altri indiani, dagli insegnamenti delle missioni cristiane, l’anziano seneca predica una religione che unisce concetti animisti e cattolici, innestando la nozione di peccato sulle antiche leggende irochesi.

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(Fonte: I Pellerossa - Philippe Jacquin - L'Unità, Universale Electa/Gallimard).

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giovedì 28 gennaio 2010

Provate a rilassarvi la fronte e poi provate a imitarlo

Provate a rilassarvi la fronte, a far vibrare le sopracciglia velocemente una prima volta, lentamente una seconda, dilatate le narici e soffiate fuori come i cavalli, muovete i muscoli delle orecchie verso destra forte forte, contraete il cuoio capelluto, inspirate aria fino alla massima capienza, guardatevi allo specchio, e mentre vi guardate emettete sbuffi di anidride carbonica, ripetendo a cantilena fino all'imbarbarimento della mente: «Meno clandestini, meno criminalità»... ripetete cento volte e poi fatevi una canna. Starete da dio, come Lui.

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Siete contenti che abbiamo portato qui il governo?

Berlusconi: «Siete contenti che abbiamo portato qui il CdM? Così vi facciamo vedere quello che stiamo facendo contro la criminalità». Siiiì, siamo contenti!

Il massimo rispetto per questo governo che condivide tutti gli stessi disagi dei lavoratori pendolari. Il pendolarismo del governo Berlusconi è ormai notorio perfino ai bambini della materna. Dove c’è un conflitto sociale da risolvere, dove c’è un’ingiustizia prepotente da eliminare, dove c’è un terremotato storico, lì va il governo. Va dove ti porta il casino. Pendolare a Napoli per via dei rifiuti: letteralmente scomparsi!; pendolare a L’Aquila per via del terremoto: letteralmente scomparso!; pendolare a Reggio Calabria per via della mafia: letteralmente spazzata via, prima ancora dell’avvio dei 10 punti da dare in testa alla 'ndrangheta e le altre mafie. Ovunque i cittadini hanno (avuto) ciò che hanno sempre desiderato: parole di grande spessore, parole di petto, di gola, di testa e di panza. Parole che non hanno risparmiato nessun problema, che hanno messo alla gogna il farabuttismo, la malavitanza e il dolordipalle.

«Qualche bello spirito – dice Berlusconi - ha detto che i criminali sono pronti a ricomprare i beni sequestrati messi all'asta. Molto bene, vuol dire che noi così li sequestreremo un'altra volta». Poi quelli se li ri-ricomprano, e quegli altri se li ri-risequestrano. E si va avanti accussì fino alla fine del mondo che avverrà fra 7 miliardi di anni. E bello e simpatico tutto ciò.

Il pendolarismo di questo governo è senza dubbio efficace, perché viene sempre anticipato da eventi, per così dire, meteo-socio-sismo-mafio-logici, dove la logica finale sparisce sempre per far posto ai miracoli.

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Il problema di Marchionne: il fine settimana

Ma quali ricatti o ripicche? Noi ve lo avevamo detto chiaro: se non ci date incentivi chiudiamo le fabbriche. Siamo stati onesti, giusto? E corretti. Voi, invece, che dite di rappresentare sindacalmente i lavoratori, che avete permesso a quei pazzerelli di salire sul tetto a Termini Imerese, pensate di stare percorrendo la strada giusta? Sì, parlo di voi, della Fiom. Le lezioni del passato ve le siete scordate. Ma non lo sapete che il padrone dura sempre un giorno in più degli operai? Dite a quelli di scendere; dite alle mogli, alle mamme, ai loro figli di sloggiare dall’ingresso; dite agli altri operai che per colpa di un gruppo di pazzerelli stanno perdendo giornate di lavoro! Perché non facciamo richiesta di CIG? Forse che avete dimenticato che la ditta Delivery non ha potuto aggiornare il suo contratto con noi? Sì, a causa della crisi, li abbiano scaricati. La ditta, a sua volta, ha scaricato i 18. Quindi non vedo gli estremi per richiedere la CIG per i dipendenti Fiat ai quali viene interdetto illegalmente l’ingresso al lavoro da fattori esterni (le famiglie degli operai licenziati e altri) non legati a problemi tecnici. Dite che non sloggeranno? È solo un problema vostro. Voi state mettendo operai contro operai, mica noi Fiat. Sapete che farei? Pagherei tutti i dipendenti fino alla pensione e a produzione zero: di sicuro ci guadagnerei e starei tranquillo. D’altra parte, mi sono proprio scocciato di passare i miei fine settimana in trattative snervanti per qualcosa di veramente banale quale può essere un sabato lavorativo in più o altre forme di flessibilità. Ragion per cui, siccome voglio anch’io la settimana corta, non state più a scocciarmi coi vostri sindacalismi. Io sono il padrone – ehm, ne faccio le veci - e voi non siete un...! Detto questo, ribadisco un principio: noi abbiamo sempre parlato con lingua dritta e non cerchiamo nessuno scontro. Lo scontro in atto è, al contrario, quello tra operai e operai. Sta a voi risolvere sindacalmente la matassa. Noi il nostro lavoro lo sappiamo fare! E voi?

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Il sentiero delle lacrime - 2

PontiacUn colpo decisivo alla resistenza degli indiani.
Gli indiani non possono più contare sulla rivalità franco-inglese e devono affrontare, d’ora in poi senza alleati, i coloni britannici. Le Tredici Colonie sono più che mai avide di terre e vogliono sfruttare al meglio i risultati della vittoria. Consce di questa minaccia, le tribù dell’ovest che erano state alleate dei francesi riprendono a combattere subito dopo la firma del trattato di pace.

A primavera Pontiac, capo degli Ottawa, (immagine a sinistra) è alla guida dei guerrieri delle coste meridionali dei Grandi Laghi. In poche settimane i forti cadono uno dopo l’altro, ma gli indiani falliscono l’attacco a Detroit. Per sconfiggerli definitivamente il generale inglese Amherst fa diffondere il vaiolo nei villaggi e lancia nella valle dell’Ohio le “colonie infernali” del colonnello Henry Bouquet. Malgrado l’insuccesso, la rivolta di Pontiac ha generato inquietudine, e il governo inglese decide di impedire l’avanzata dei coloni oltre i monti Appalachi; nel 1763 stabilisce che i territori dell’ovest appartengono alle Nazioni indiane e che non vi possono sorgere insediamenti o attività commerciali senza il permesso delle autorità coloniali.

Difendendo in questo modo i diritti degli indiani, il re d’Inghilterra cerca vanamente di ostacolare i progetti espansionistici dei coloni. Nel Kentucky Davy Crockett e Daniel Boone dànno la caccia agli Shawnee; l’amministrazione coloniale viene rapidamente esautorata e perde il controllo della situazione. Nel 1768 la pressione dei coloni la condurrà a obbligare i potenti Irochesi a cedere le loro terre dell’Ohio.

Le Tredici Colonie smettono di fare la guerra agli indiani solo per combattere la sovranità inglese.
Nel 1775 si consuma la rottura tra il governo britannico e i coloni che rivendicano l’indipendenza. La rivoluzione mette fine alla guerra indiana e i contendenti, tanto gli inglesi quanto i coloni, cercano l’appoggio degli Irochesi, che d’altronde decidono di mantenersi neutrali. Dal 1766 tuttavia la loro lega è scossa da dissensi. Un giorno, dopo una grande festa, i Seneca ubriacati da agenti inglesi, prendono le parti del re, mentre gli Oneida e i Tuscarora accettano di sostenere i ribelli – così si chiamano quelli che sono ormai “americani”.

Le tribù del sud-est, gli Choctaw, i Cherokee e i Creek, contano 10.000 guerrieri, che gli agenti inglesi sperano di trascinare nel conflitto. Quando però i Cherokee intervengono contro gli americani la disfatta e la repressione che ne consegue impressionano le altre tribù, tanto da convincerle a non partecipare in alcun modo alla guerra. Del resto, le Nazioni indiane non si fanno molte illusioni sul destino a loro riservato dal vincitore, chiunque fosse. Nel 1783, il trattato di Versailles riconosce l’esistenza della repubblica federale degli Stati Uniti d’America.

Continua...
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(Fonte: I Pellerossa - Philippe Jacquin - L'Unità, Universale Electa/Gallimard).

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mercoledì 27 gennaio 2010

La Venere di Pilo

La Venere di Pilo è una delle più celebri statue del governo dello Skakazzo. Si tratta di una scultura di marmazzo, priva delle braccia ma con tanto di buon corpo. Un buon corpazzo, si direbbe, che una volta, completo di braccia, faceva dilatare i vasi sanguigni dei testosteroni. Purtroppo, a causa dell'andazzo politico mica tanto agevole, la Venere di Pilo ogni tanto si compiace di parlare come un vero e proprio oracolo. L'Oracolazzo di Pilo, verso il quale si protendono, speranzose di liberarsene, tutte le donne che portano il burqa, ha detto che trattasi di "un atto di sopraffazione dell'uomo sulla donna. Un modo, come dico spesso, per renderla una minorenne a vita".

Me ne guardo bene dal contraddire siffatto oracolo, anche a me dà fastidio non vedere chi ci sta dietro al burqa - t'immagini: credi di parlare con una donna afghana mentre invece stai parlando con Capezzone? -, però questo mi pare un oracolo che non farà molta strada. Perché? Per via della difficoltà delle lingua italiana. Come si fa a spiegare ad un afghano che parla il persiano le ragioni italiane che spingono la statua di marmazzo a voler integrare una cultura storicamente complessa che non si riesce (o si rifiuta) di comprendere, attraverso il ricatto della negazione alla cittadinanza? Forse occorrono altri metodi, ma sarebbe più giusto sapere a quanti di noi interessi veramente che le donne afghane si liberino del burqa, e ancora più corretto sarebbe lasciarle all'autodeterminazione. Che danno possono arrecare? Ah ah, non venitemi a parlare di sicurezza, per favore.

La Venere di Pilo è più famosa perché le mancano le braccia o perché è mezza ignuda?

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Il sentiero delle lacrime - 1

Cacciatore indiano ritratto da Philip Bert GeerLa rivalità franco-inglese si fa più aspra con lo sviluppo delle rispettive colonie. I francesi espandono di continuo i loro territori: le esplorazioni e il commercio delle pellicce aprono ai sudditi del Re Sole la via dell’Ovest. I Grandi Laghi, il Mississippi, le coste della baia di Hudson sono solcati dai cacciatori francesi e dai missionari; qua e là si costruiscono nuovi fortini, si stipulano alleanze ai confini della “civiltà”.

Lungo le coste dell’Atlantico nuovi immigrati continuano a essere accolti nelle colonie britanniche: agli inglesi si aggiungono irlandesi, scozzesi e tedeschi cacciati dall’Europa sovrappopolata. Tutti sperano di ottenere quel piccolo pezzo di terra che gli agenti reclutatori hanno loro promesso prima dell’imbarco.

L’impazienza dei nuovi coloni giunge all’esasperazione perché le terre migliori restano agli indiani.
Gli immigrati sono profondamente irritati dalla politica della corona britannica: il re sa di aver bisogno degli indiani nella lotta contro i francesi, così ogni attenzione è riservata a quegli alleati... che i coloni ben volentieri vorrebbero annientare. La preoccupazione di fronte all’espansione francese aumenta sempre di più. Nel 1735, quando i Creek, gli Choctaw e i Cherokee attaccano gli insediamenti della Carolina, i coloni pretendono di riconoscervi l’istigazione dei francesi della Louisiana.

Tuttavia la politica della Francia verso gli indiani è lontana dal riscuotere successo: nel 1730 le tribù Natchez del basso Mississippi si ribellano, poi è la rivolta dei Fox e dei Sioux dei Grandi Laghi. Agguati e imboscate si susseguono e nel 1732 una spedizione esplorativa francese verrà totalmente massacrata.

Nel 1748 gli inglesi tentano di insediarsi nella valle dell’Ohio, scatenando le ostilità.
Indiani Abnaki, Miami e Illinois, comandati da ufficiali francesi o da coureurs de bois, reagiscono con attacchi alle fattorie isolate, massacrandone gli abitanti, e anche le guarnigioni inglesi subiscono i loro assalti. La Frontiera (ossia il confine che delimitava le zone popolate dagli europei) diventa estremamente rischiosa.

Questa guerriglia si trasforma, nel 1756, in guerra totale. La guerra dei Sette Anni, come si chiamerà in Europa, la “french and indian war”, come sarà per i coloni, insanguina tutto l’est. A sostenere i coloni e gli Irochesi sono inviati cinquantamila soldati inglesi, mentre i francesi mobilitano tutti i loro alleati indiani dell’ovest. La superiorità francese nell’ovest non impedisce la caduta di Québec. Con la pace di Parigi, firmata nel 1763, Luigi XV abbandona alla corona britannica “qualche arpento di neve” e tutto il territorio a oriente del Mississippi. L’impero francese d’America cessa di esistere.

Continua
...

(Fonte: I Pellerossa - Philippe Jacquin - L'Unità, Universale Electa/Gallimard).

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martedì 26 gennaio 2010

Coraggio, ministra Gelmini

Su col morale, signora ministra Gelmini: partorirà con dolore (o indolore: una epidurale, ad esempio), come tutte le altre donne, a meno che non lo faccia con il cesareo. È ovvio che dovrà partorire: mica se lo può tenere dentro il nascituro, le pare? D'altra parte, essendo Lei ministro dell'Istruzione, immagino che non abbia perso tempo ad istruirsi per questo evento naturale. Nascere bene per vivere meglio è ciò che conta (a volte non per tutti, anche se dovrebbe essere così). Auguri.

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Il sogno del cardinal Bagnasco e Thomas More

Il presidente dei vescovi italiani, card. Angelo Bagnasco, ha un "sogno": quello di veder nascere in Italia una nuova generazione di politici cattolici.
Io aggiungerei, con un certo generoso sadismo, anche una nuova generazione di preti cattolici: il cardinale ne sarebbe felice. Pregando e studiando tanto tanto, forse ne potrebbe germogliare qualcuna "buona": insieme, chissà quali miracoli?

Le nuove generazioni, politiche e cattoliche, portano sempre una ventata di fresca creatività, lontana dai clamori di sesso, corruzioni e menefreghismo. Un mondo nuovo, un’utopia. L’aveva già utopizzata Thomas More, patrono dei governanti e dei politici.

Ma... e quando queste generazioni saranno cresciute che ce ne facciamo, se diventano poi carciofi stantii, come quelli attuali?
Visto che More alla fine fu fatto ammazzare da Richetto per le sue idee poco inclini alla ipocrisia di stato...

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lunedì 25 gennaio 2010

Non sta tutto nel cervello degli ex pensatori di sinistra

Chissà perché la mia antica generazione di militante di sinistra ha avuto dieci pensatori lazzaroni all'avanguardia e tutta una fila incredibile di piccoli eroi da rivoluzione che li ha sempre applauditi fino a quando non si sono fatti fregare all'ultima curva, dietro la quale c'era un tale che di mestiere faceva e fa lo "scopatore". Ma io mi tengo ben stretta la mia memoria, pure se non serve a nessuno.

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Il Brunetta che vive in un paese di ipocriti

"Questo è un Paese di ipocriti": il ministro Brunetta commenta le polemiche sulla sua proposta di dare 500 euro al mese ai giovani. La somma servirebbe per facilitare l'uscita da casa dei giovani e dovrebbe provenire dalle pensioni d'anzianità. "Da sempre - spiega il ministro intervistato a Mattino 5 - si sa che si spende troppo per le pensioni e troppo poco per i giovani; troppo per i padri mandandoli in pensione a 52 o 55 anni, troppo per le pensioni di invalidita" e per il welfare.

Ma quanto costa agli ipocriti mantenere lui e tutta la congrega degli onorevoli ministri e compagnia cantante? Questi qua quando vanno in pensione, mica ci vanno con un calcio in culo e una pensione da fame! Mi ripeto ancora: perché non gira questa sua proposta a sé stesso e a tutti i suoi colleghi: sarebbe un onore e un privilegio per loro contribuire al sostegno dei giovani fuori casa! Oppure vada a vivere nell'Isola di Pasqua.

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domenica 24 gennaio 2010

Aiutiamo l'incredibile Brunetta a uscire dal suo ministero

"Cinquecento euro al mese per i giovani, agendo sulle pensioni di anzianità, per aiutarli così ad uscire di casa". L'incredibile Brunetta vuole agire sulle pensioni di anzianità per mettere sulla strada i giovani: con 500 € risolverebbe i loro problemi.

Perché proprio le pensioni di anzianità? Se agissimo sugli stipendi degli onorevoli non sarebbe ancora meglio? Su quelli dei ministri, sul suo?
Se aiutassimo l'incredibile Brunetta a uscire dal suo ministero, non gioverebbe all'Italia?

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Cos'è Haiti - Ultima Parte

Ultima Parte
Haiti: la fine della dittatura Duvalier.


L’inizio del 1986 è contrassegnato da un clima di forte tensione: i disordini, cominciati alla fine dell’anno precedente, raggiungono il culmine nel febbraio, e il 6 Duvalier è costretto a lasciare il Paese a bordo di un aereo militare USA diretto in Francia. La sua destinazione è frutto di un accordo tra Washington e Parigi, dato che nessun paese era disposto ad accoglierlo. I poteri vengono assunti da una «giunta provvisoria» presieduta dal comandante in capo dell’esercito generale Henry Namphy, da tre ufficiali del suo stato maggiore, i colonnelli William Regala, Max Valles e Prosper Avril, e da due civili, l’ingegnere Alix Cineas e l’avvocato Gérard Gourgue, presidente della Lega per i diritti dell’uomo.

Tutti i prigionieri politici vengono liberati. I disordini non cessano: con la partenza di Duvalier si scatena la caccia ai «Tontons Macoutes» e proseguono i saccheggi, nonostante i continui appelli del governo alla calma. Il bilancio dei primi giorni è di 300 vittime e mille feriti. Nel tentativo di normalizzare la situazione, il nuovo governo continua a decretare il coprifuoco. L’11 febbraio viene annunciata una nuova Costituzione e prossime elezioni. La Costituzione di Haiti democratica sarà preparata dall’Assemblea costituente composta da rappresentanti di ogni provincia. Il 22 marzo il governo provvisorio si spacca e rimangono in carica Namphy, Regala e un civile, Jacques François, è nominato ministro degli Esteri.

Storia recente:
Jean-Bertrand Aristide
(Port Salut, 15 luglio 1953) è un ex-sacerdote cattolico e politico haitiano. È stato Presidente del suo Paese nel 1991, dal 1994 al 1996, e infine dal 2001 al 2004.

Cenni finali.

Durante tutto il XVIII secolo, la colonizzazione francese prende un considerevole slancio e diventa una delle più prospere dell’America. Questo sviluppo economico è possibile grazie all’influsso di una popolazione numerosa. Nel 1789, secondo alcune stime, vivono 571.700 abitanti, di cui 35.440 bianchi, 26.666 uomini di colore e neri liberi e 509.642 schiavi. La società è severamente gerarchizzata. Tra gli schiavi, le popolazioni originarie della costa del Benin sono molto numerose e, sotto la loro influenza, il culto e le sette segrete vudù si estendono. Il dialetto creolo è l’idioma comune. Questa società porta in sé i germi della propria distruzione. Lo squilibrio numerico tra bianchi e schiavi è enorme. Il Cap-Français, con 15.000 abitanti, è a quest’epoca una delle città più ricche d’America; Port-au-Prince, con 6.000 abitanti, è il capoluogo del sud.

Dal 1789 al 1804, la società schiavista è sconvolta dalla rivoluzione. Al momento dell’indipendenza, nel 1804, il Paese è distrutto. I bianchi sono stati quasi eliminati, e la popolazione è scesa a 425.000 abitanti. Una forte ostilità oppone i neri ai mulatti (che spesso hanno ricevuto eredità dai loro padri bianchi e formano la nuova aristocrazia del Paese, colta e padrona dell’economia) e sarà una delle principali cause dell’instabilità politica che si manifesterà d’ora in avanti.

Al momento in cui si evidenziano i problemi conseguenti alla rivoluzione, numerosi schiavi affrancati emigrano verso le colline e le montagne, dove dissodano il terreno, o anche solo un piccolo appezzamento di terra, pur non avendo nessun titolo di proprietà. Questo movimento di colonizzazione dei rilievi continuerà lungo tutto il XIX e XX secolo con l’aumento della popolazione. Nelle pianure, una buona parte delle antiche «abitazioni» è assegnata dai successivi presidenti ai militari o a persone appartenenti al loro seguito. La popolazione aumenta di 1.000.000 di abitanti nel XIX secolo e raggiunge nel 1905, 1.450.000 abitanti. La crescita demografica e la suddivisione successoria dei terreni riducono progressivamente le proprietà.

Il Paese si ripiega su sé stesso, le coltivazioni commerciali sono progressivamente sostituite da quelle a uso alimentare. In mancanza di risorse, i debiti aumentano e, verso la fine del XIX secolo, le potenze straniere, gli Stati Uniti in particolare, intervengono. L’introduzione dei capitali stranieri e l’azione dell’aristocrazia haitiana comportano la ricostituzione delle grandi proprietà dedite alle coltivazioni commerciali: canna da zucchero, sisal, banane, cacao, cotone. Ma i progressi sono molto limitati; mancano i terreni destinabili all’agricoltura e la resistenza dei piccoli coltivatori allo sconfinamento dei grandi proprietari è molto vivace, tanto più che la crescita demografica, che accelera nel XX secolo, aumenta la densità. Nel 1960 si contano 3,5 milioni di abitanti, e la densità aumenta a 126 ab./km². Dopo la Seconda Guerra mondiale si è verificato un certo incremento che è durato sin verso il 1960, ma senza cambiare molto l’economia del Paese.

Un altro triste primato detiene Haiti: uno dei principali prodotti d’esportazione di Haiti è il sangue umano. Chi produce quel sangue? Chi lo raccoglie? Chi lo compra? A quale prezzo?


Link qui, qui, qui e qui

(Qui la 5ª Parte)

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Tutti sono tranquilli e sereni tranne noi mostri

“Ho appreso con stupore ma con grande tranquillità - afferma Pier Silvio Berlusconi - la notizia dell'inserimento del mio nome nelle indagini sui diritti cinematografici”.

Totò Cuffaro: «L'ho detto prima e lo ripeto anche adesso che avrei rispettato la sentenza con serenità e lo farò anche adesso». Forse non potrà mangiare cannoli dopo questa sentenza.

Anche Delbono appare tranquillo e sereno.

Non amo le ingiustizie. Non le amo fino al punto di perderci tutto o quasi: nella mia vita è già successo alcune volte. Epperò mi sento “molto povero, squilibrato e agitato” al confronto di tipi come quei tre succitati: loro dichiarano di essere forti, equilibrati, sereni. Ma come fanno nel contesto in cui vivono? Vengono indagati, vengono condannati, vengono sospettati, ma sempre reagiscono con tranquillità e serenità. Per loro si spalancano i regni dei salotti della terra perché quando gli succede qualcosa hanno sempre fior di avvocati, fior d’amici, fior di politici a sostenerli. E anche se dovessero andare in galera, che galera sarà mai per un signore ricco equilibrato e sereno galantuomo? Ecco perché stanno tranquilli e sereni. Pure per via dei denari che non gli mancano certo. Vivono in un mondo rotondo, alla luce di abat-jours dalla luce soft sempre accesi in perenne sintonia con i loro cervelli d’acciaio. Stanno da dèi. Per favore, non ditemi che sono da invidiare...

Stamattina ho fatto una capatina ai cancelli della Fiat di Termini Imerese per dare un senso di solidarietà alle attese dei 14 – dei 18 licenziati, 16 sono saliti sul tetto del capannone, due sono scesi per gravi problemi di salute – lavoratori che stanno all’addiaccio, letteralmente, in attesa che Madame la Marquise, leggi Fiat, receda dalla sua stronzata più grossa degli ultimi tempi, e cioè quella d’aver anticipato le grandi manovre di dismissione dello stabilimento, non avendo rinnovato il contratto alla ditta di pulizie dei 18.

È straziante vedere i familiari davanti ai cancelli, qualcuno dei piccoli che piange, perché si chiedono che ci fa il loro papà là sopra. Io vi dico a chiare lettere che non sono per niente tranquilli, per nulla sereni. Si vede, si sente, si odora lo squilibrio psifisico delle mogli, della mamme, sorelle e piccoli. Non sono come quelli succitati, non hanno di che temere dalla giustizia. Ma stanno perdendo il senso della speranza. Non hanno fatto niente eppure mancano di tranquillità e di serenità. Non hanno fatto niente se non lavorare, e ora devono mettere qualche lira di benzina in più per fare la spola tra le loro case e quel piazzale dove c’è il cancello della Fiat, e dare uno sguardo teso al quel tetto di capannone.

Dentro quello stabilimento c’è in atto una guerra fredda tra lavoratori Fiat che scioperano a sostegno di 18 e lavoratori Fiat che non scioperano; alcuni di loro entrano alle 4 del mattino per lavoro straordinario. All’origine di questa guerra fredda c’è il lunghissimo periodo di CIG e susseguenti scioperi contro la decisione Fiat di smantellare lo stabilimento che tutti quanti hanno subito e i denari già mancano. Ed è guerra tra poveri. Questo fa comodo a Madame la Marquise. Non ci può essere tranquillità o serenità dentro questa umanità. Resta ben poco da fare... ma chissà?

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sabato 23 gennaio 2010

E dell'infallibilità papale cosa mi dice, eh? (Anni '70)








Ecco come si rappresentava in vignetta una parte della nostra società agli inizi degli anni '70. Non credo sia cambiato molto da allora. Forse soltanto l'aspetto delle apparenze. In quel periodo la sinistra rivoluzionaria veniva repressa dalla cosiddetta "magistratura reazionaria". Oggi la destra reazionaria dà addosso alla cosiddetta "magistratura comunista".

Il problema di noi comuni mortali è che, da bravi italiani, non troviamo più (dov'è finita?) la capacità di riprenderci, anche con i modi bruschi - che sono comunque meno bruschi di chi ci governa - ciò che ci appartiene di diritto: la libertà di intervenire contro la rozzezza di quei politici che dicono di rappresentarci.

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Cos'è Haiti - 5ª Parte

Parte 5ª
Haiti: l’epoca contemporanea, dal 1934.


Nel 1934, in conseguenza della politica di «buon vicinato» di Roosevelt, si concluse la graduale evacuazione dei marines, e la vita politica haitiana riprese il proprio corso. L’intervento statunitense non è riuscito a por fine alle vecchie pratiche – regimi autoritari, colpi di stato militari, crisi rivoluzionarie -, e Haiti continua a detenere il triste primato di paese più povero d’America. L’esercito insedia e destituisce i presidenti: Sténio Vincent, Elie Lescot, Durmasais Estimé e Paul Magloire. Anche François Duvalier (1909-71), detto «Papà Doc» è scelto dall’esercito e riesce a farsi eleggere presidente nel 1957 (presidente a vita nel 1964) e a restare padrone assoluto dell’isola di Haiti fino alla morte: gli succederà allora il figlio Jean-Claude Duvalier (nato nel 1951), detto «Baby Doc».

Vera reincarnazione di Dessalines e Soulouque, re senza corona, Papà Doc si mette a capo dell’esercito e organizza la milizia dei «Tontons Macoutes», Neri reclutati nelle campagne, guadagnandosi la simpatia della popolazione contadina con l’esaltazione della negritudine e la persecuzione dei mulatti. L’ora della vendetta nera sembra essere scoccata: Duvalier rilancia il culto vudù e ottiene da Roma la nomina di alti prelati neri. Riesce inoltre a sventare tutti i tentativi di una sua destituzione, ma non saprà risolvere nessuno dei grandi problemi che affliggono il Paese.

Suo figlio proclama l’intenzione di portare a compimento la rivoluzione economica e, per fare questo, ricorre agli aiuti internazionali. In assenza di partiti politici, i deputati eletti nel 1973 (prima elezione dal 1961) sono tutti sostenitori di Duvalier, e la vita politica registra esclusivamente semplici rimpasti ministeriali, nel corso dei quali la vecchia guardia del padre e le nuove generazioni sostenitrici del figlio tentano di prevalere l’una sull’altra. Jean-Claude Duvalier adotta inizialmente misure di clemenza, liberando alcuni prigionieri politici. L’elezione, nel 1979, di un deputato indipendente, a Cap-Haïtien, appare come il segno di una certa liberalizzazione; è anche la prova dell’efficacia delle pressioni compiute dagli USA a favore della democratizzazione del regime. Ma i Tontons Macoutes, relativamente pacifici dal 1971, vengono comunque incaricati di mettere un "po’ d’ordine" nel Paese, dove, dopo le dimissioni forzate del presidente Somoza in Nicaragua (luglio 1979), la contestazione si è ampliata.

L’inversione di tendenza di Duvalier è ben presto testimoniata dai provvedimenti dell’ottobre, consistenti nella promulgazione di una legge di censura sulla stampa. Nei mesi successivi si assiste a due rimpasti di governo mentre la grave situazione economica costringe un sempre più ampio numero di haitiani all’emigrazione, fatto che determina l’assunzione di contromisure da parte di numerosi Paesi, tra cui gli Sati Uniti. Aumenta intanto il numero degli attentati e dei sabotaggi cui Duvalier reagisce arrestando gli oppositori, tra cui il presidente del Partito democratico cristiano Sylvio Claude.

Alla fine del 1982 Duvalier annuncia le elezioni municipali, che si tengono nell’anno successivo e che sono precedute da una vasta ondata di arresti. Il 27 agosto 1983 Duvalier scioglie l’Assemblea nazionale, che aveva approvato la nuova Costituzione, e stabilisce al 12 febbraio del 1984 la data delle elezioni politiche per il rinnovo dell’Assemblea legislativa: dei 51 candidati uscenti, esclusivamente jean-claudisti, solo 30 sono rieletti, soprattutto in seguito all’esigua partecipazione degli elettori. Mentre si intensificano le misure repressive – in particolare il ministro degli Interni emana un decreto che vieta ogni attività politica all’infuori di quella del partito di governo (12 maggio 1984) – l’economia registra un ulteriore aggravamento conseguente alla flessione del turismo e alla crisi dell’agricoltura, cui seguono le «rivolte del pane» che scoppiano a Cap-Haïtien e a Gonaïves: nel corso dei disordini una decina di persone perde la vita e molte sono arrestate.

Duvalier reagisce a tali incidenti attuando un nuovo rimpasto di governo, mentre il presidente del Movimento socialista cristiano viene arrestato per aver denunciato i brogli elettorali sul referendum sugli emendamenti costituzionali del luglio 1985, che riconoscono a Duvalier la presidenza a vita e il diritto di scelta del proprio successore.

Continua...

(Qui la 4ª Parte)

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venerdì 22 gennaio 2010

Tu non sei una donna comune

- Tu non sei una donna comune, le disse lui guardandola dal basso in alto.

Lei lo guardò incredula per quel complimento inaspettato, quindi prese il secchio, il mocio e discese con molta nobile lentezza le scale per pulire il ballatoio, che aveva visto tanti concittadini salire e scendere negli anni.

L’occhio affettuoso dell’usciere la seguì attento che non cadesse nella trappola di quel complimento. Ma ormai non c’era più nulla da fare: si era trasmutata in donna... municipio e attendeva con ansia il suo primo invito a cena.

Così fanno tutti quei lazzaroni che decidono di impiegarsi come sindaci nei palazzi di città. E spesso ci riescono.

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Brunettenstein e i 40mila posti di lavoro

Non c’è motivo di dubitare delle promesse di Brunettenstein che, ancora prima che cominci l’agone politico-elettorale, ve ne sbatte in faccia 40mila di posti di lavoro. Anche il suo capomastro ce ne sbatteva a milioni di posti di lavoro nella preistoria delle sue promesse. Hai visto mai? Attualmente il lavoro si perde a flusso continuo, quindi le promesse riattizzano le speranze dei messi male in arnese. Attenzione, non stiamo parlando dell’Italia intera, ma soltanto di Venezia. Qui, a giudizio di Brunettenstein, i veneziani stanno per Cacciari via l’attuale sindaco-filosofo per far posto ad un sindaco-ministro, che poi sarebbe lui. Il capo gliel’ha detto: Renà, ti conviene andarci vestito anche da ministro, perché solo da sindaco non pesi ‘na cippa.

Dice che come futuro sindaco vuole misurarsi con la gente. D’accordo. Mi chiedo, però, la gente come dovrà fare per misurarsi con lui? Dice che vorrebbe ingaglioffirsi per sentire meglio i problemi della gente. Perché ridursi a questo basso momento populista? Per sentire meglio l'urlo di dolore che da tante parti di Venezia sale basta un qualsiasi apparecchio acustico. Da piccolo, Renatino pescava i granchietti. Dài oggi e dài domani tutti ‘sti granchietti divorati alla fine hanno avuto la meglio: lo hanno trasformato in granchiettino anche nel modo di narrarsi e di promettere. Che simpatico, Brunettenstein. In piccola botte, un grande vino, una grandissima sbronza.

Quando voi non sapevate niente di povertà, lui era già un proletario che da giovane amava vivere di solo pane; oggi però i tempi sono cambiati: non gli vanno a genio i figli del declino e del degrado. Quelli che stanno, sporcaccioni, nei luridi centri sociali. Roba antipediluviana. Avanti Cristo. Però, coi 40mila posti di lavoro che lui metterà sul piatto, se vogliono lavorare ne avranno pieno diritto. Ma solo se escono dai loro covi.

Mentre Brunettenstein parlava con l’intervistatore, arrancava da quelle parti il sindaco-filosofo uscente parecchio distratto. Vide quel poer nanu che gesticolava sudato con il giornalista e subito si mosse a compassione. Prese un bel po’ di spiccioli dalla tasca e gli disse affabilmente: “Tenete, buon uomo. Andate a bervi mezzo litro che oggi fa un freddo boia”. Sarà stata una svista, sarà stato un atto di grande umanità, fatto sta che il futuro sindaco-ministro, per reazione, lasciò perdere tutto e corse difilato all’osteria. Un paio di minuti dopo ne uscì armato di tutto punto intenzionato a fare strage degli ultimi granchietti che sopravvivono ancora tra i canali.

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Cos'è Haiti - 4ª Parte

Parte 4ª
Haiti: l’egemonia americana.


Cuba e Puerto Rico erano caduti nel 1898, Panama nel 1903; presto sarà la volta della repubblica Dominicana. «L’influenza dominante nei Caraibi deve tornare nelle mani degli Stati Uniti», scriveva Elihu Root, perché «dobbiamo controllare la strada verso il canale di Panama». Tra il 1909 e il 1911, gli Stati Uniti riuscirono a fondare un impero economico e finanziario ad Haiti a spese della Francia, alleata per l’occasione con la Germania. Lo stabilirsi di questi interessi economici fu certamente una delle cause dell’intervento militare e dell’ingerenza politica degli USA, che si sentivano minacciati dall’anarchia che contrassegnò la storia di Haiti tra il 1910 e il 1915.

In questi anni si succedettero infatti sei presidenti: tre vennero assassinati e tre destituiti. Nonostante che i cambiamenti politici non comportino conseguenze per gli stranieri e che siano scrupolosamente pagati tutti i debiti con l’estero, nel 1914 e nel 1915 il governo degli Stati Uniti compì sei tentativi per arrivare al controllo delle dogane haitiane e organizzò due spedizioni militari. Un conflitto tra Haiti e una compagnia ferroviaria statunitense, aggravato da una controversia con la National City Bank, comportò il trasferimento manu militari di 500.000 dollari da Haiti a New York, su una nave da guerra americana. Quando, nel mese di luglio del 1915, in seguito all’assassinio del presidente Vilbrun Guillaume Sam, scoppiò una sommossa a Port-au-Prince, gli USA sbarcarono in forze sull’isola e si ritirarono solo nel 1934.

L’occupazione americana.

Sotto molteplici pressioni venne firmato un trattato rispondente alle pretese degli USA. Una nuova Costituzione, redatta da Franklin D. Roosevelt, permetteva agli stranieri di acquistare terreni e ratificava gli atti dei militari occupanti. I marines organizzarono un plebiscito e sciolsero il Congresso, che rifiutava di collaborare. Gli americani controllavano le finanze, le dogane, le forze dell’ordine, la sanità, i lavori pubblici e l’agricoltura. In tre anni (1915-18) ebbero ragione dell’insurrezione contadina dei «Caco» nel nord del Paese. Assicurato l’ordine, il Paese registrò un miglioramento economico e sociale, il primo risultato della creazione di piantagioni moderne sostenute da capitali statunitensi.

Con la messa a punto del sistema catastale, gran parte dei contadini persero le loro proprietà, fino a quel momento garantite dal disordine politico e dal caos amministrativo: privati così dei mezzi di sussistenza, furono costretti a lavorare nelle piantagioni.

Continua...

(Qui la 3ª Parte)

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giovedì 21 gennaio 2010

L'errore più marchiano dei comunisti

Il più grave e grande errore dei comunisti che ancora scontano, quando erano quei temibili cannibali di cui tutti avevano orrore, quale è stato?

L'aver dimenticato, tra tutti i bambini, di mangiarne uno!

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A' facce do' cazze!

Loro, questi vigliacchi di prima categoria che stanno al governo, vivono in una dimensione che non viene sfiorata da nessun dolore, nessun grido, nessuna crisi.
Parlano solo di un problema: quello del loro capo. Perché, risolvendolo, si affrancheranno da tutti i loro piccini problemi personali.

Non hanno nessuna idea, anche se si sforzano di apparire globalmente integrati nelle sofferenze della società che sta annegando; un mondo intero - Termini Imerese lo è come lo sono tutti i luoghi di sofferenza - fatto di lavoratori, delle loro mogli, dei lori figli, di famiglie che non hanno il tempo di applaudirli dopo i loro eroici interventi parlamentari in difesa del Breve, un intero blocco di umana cultura che piange i suoi mali mentre piange le vigliacca e cosciente separazione in atto tra questi valori di grande spessore umano – la solidarietà innanzitutto - e quelli là.

Mentre sul tetto di un capannone operai senza speranza si sono alzati più vicino al cielo di speranza, il Lombardo-siculo nomina ancora 9, dicansi NOVE, alti dirigenti, ormai giunti a quota DUEMILA con indennità che si aggirano tra le 150 e le 250 mila euro.

A’ facce do' cazze!

Cari amici e compagni che state là sopra a sperare che un Dio qualsiasi venga a risolvere i vostri problemi: questi dirigenti esistono perché esiste quella classe politica che avete votato voi in stragrande e strafottuta maggioranza. Non c’è un Dio che vi ascolti, ma andate a snidare questa gentaglia e chiedetegliene conto delle vostre sofferenze e dei vostri guai. I miracoli, da soli, non vengono!

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mercoledì 20 gennaio 2010

Cos'è Haiti - 3ª Parte

Parte 3ª
Haiti: dalla partenza dei Francesi all’intervento americano. Un secolo tormentato.


Per garantirsi l’indipendenza contro la minaccia francese, Haiti dovette concentrare tutte le proprie energie nell’organizzazione di un apparato di difesa. Ottenne infine garanzie dalla Francia, ma al prezzo del risarcimento degli schiavi liberati ai vecchi proprietari. Il primo impero haitiano, fondato da Dessalines (Giacomo I° dal 1804 al 1806), dittatura militare e populista, non era tollerato dai mulatti, e l’isola si divise tra un Nord governato dall’imperatore Enrico I° (Henri Cristophe) dal 1811 al 1820, e un Sud di cui era presidente Alexandre Pétion (1770-1818), dal 1807 al 1818, che avrebbe aiutato Bolìvar nel 1815-16, in un momento in cui il Libertador era in difficoltà. L’isola venne interamente unificata (il Nord e il Sud nel 1820 e l’Oriente spagnolo [San Domingo] nel 1822), da Jean-Pierre Boyer (1776-1850), successore di Pétion dal 1818 al 1843.

Quest’ultimo periodo (fino alla separazione nel 1844 dell’isola in due Stati distinti), fausto per la politica estera visto che nel 1825 la Francia riconobbe l’indipendenza haitiana, non segnò però la risoluzione di alcun problema interno e preluse alla rivoluzione liberale del 1842-46, radicalizzata in rivoluzione contadina, impietosamente repressa: la rivolta «delle biffe (confini)».

• 1847-1859: Faustino Soulouque (1782-1867), terzo e ultimo sovrano di Haiti (presidente della Repubblica nel 1847, imperatore [Faustino I°] nel 1849), il più sanguinario dei dittatori haitiani del XIX secolo, instaurò il vudù di Stato per risolvere i problemi interni e, pur non riuscendo a riconquistare San Domingo, definitivamente perduta nel 1844, giunse a salvare la sovranità nazionale haitiana minacciata. Vecchio schiavo, analfabeta, giunse al potere grazie all’appoggio dei mulatti, che tuttavia lo disprezzavano e lo sottovalutavano, e adottò una politica anti-mulatta. Nel 1851 dovette reprimere la rivolta popolare del «Principe Bobo», il quale proclamava che «la proprietà della terra deve essere di coloro che la lavorano».

• Nel gennaio 1859 Soulouque venne destituito da Nicolas Fabre Geffrard (1806-79), che restaurò la repubblica. Il concordato del 1860 con Roma, il riconoscimento americano del 1862, il nuovo codice rurale consolidarono il sistema tradizionale, mentre il potere dovette affrontare l’armata spagnola e la ribellione del Nord, tradizionalmente nero e antimulatto. Dopo due anni di lotta, Geffrard si ritirò (marzo 1867) lasciando la presidenza al leader del Nord, Sylvain Salnave (1827-70). Ciò non mise fine alla guerra civile, che si concluse solo nel 1870 con l’annientamento dei contadini.

• 1870-1910: è l’età d’oro del sistema tradizionale segnato dalla dominazione dei mulatti e dalla preponderanza francese in campo culturale, tecnico, commerciale e finanziario. La Francia assorbe i due terzi delle esportazioni haitiane, e il mercato finanziario di Parigi è l’unico creditore di Haiti. Secondo un detto dell’epoca, «la Francia è la cassa».

Continua...

(Qui la 2ª Parte)

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Ecco i 18 operai sul tetto della Fiat di Termini Imerese

«Diciotto operai sono saliti sul tetto di un capannone della Fiat a Termini Imerese, a un'altezza di circa 20 metri. Si tratta dei dipendenti della Delivery Email, ditta di pulizia e movimentazione dei cassonetti per la raccolta dei materiali, a cui la Fiat non ha rinnovato l'appalto».



Gli operai sono in 18. Stanno sul tetto di un capannone della Fiat di Termini Imerese, alto c.ca 20 mt. Per ora hanno solo detto che non scenderanno finché qualcosa o qualcuno risolva il loro problema. Ma quanto potrà durare. Può darsi che dopo minacceranno cose più eclatanti, tipo lo sciopero della fame o lanciarsi giù.

La Fiat è stupefacente. Attraverso Marchionne fa sapere che chiuderà i battenti alla fine del 2011 e nel frattempo anticipa, utilizzando questi uomini come cavie, la dismissione dello stabilimento da par suo, con la massima impersonale crudeltà, senza badare alla umanità delle persone: costringendo la ditta appaltatrice a licenziare i suoi operai per mancanza di contratto, non fa che giocare d’anticipo nel percorso di accompagnamento a morte certa di tutte le maestranze attualmente attive.

Gli operai stamani sono al secondo giorno di protesta contro le lettere di licenziamento, mentre gli altri operai dell’indotto e i lavoratori Fiat hanno praticamente scioperato per un’ora a sostegno di questa ulteriore grana. L’eccezionalità della protesta è ormai diventata una cosa normale: a nessuno gliene frega niente se qualche tipaccio di operaio salta su un tetto. Lo fanno tutti ormai, quindi perché allarmarsi più del necessario? Inoltre c’è da sottolineare la grande e incapace confusione che regna a livello di C.d.F. e delle segreterie sindacali di settore esterne allo stabilimento che non trovano punti in comune di lotta, se non per i canonici scioperi unitari, per rispondere all’abbandono di Fiat dello stabilimento. Il destino è segnato, a meno che… ecco, di solito, quando si arriva al dunque, quando tutti dicono che non c’è più niente da fare, lì scocca l’inizio del fare.

Un’altra cosa pare scritta indelebilmente nel dna dei lavoratori: perché sono sempre costretti a fare di queste azioni estreme per rivendicare il più fondamentale dei diritti, il diritto al LAVORO?

Quesito: avete visto mai un politico saltare su un tetto e minacciare di buttarsi giù per guadagnarsi un posto alla tavola imbandita del porcile politico?
Sembra decisivo invece parlare di processo breve per l’uomo più breve della politica italiana.

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martedì 19 gennaio 2010

Chi aiuta i ricchi dopo se ne pente

Un tale raccolse uno ricco sfondato che era caduto per via perché ubriaco fradicio.
Lo tirò su, lo portò al bar e gli fece bere una tisana calda.
Quello, appena risorto, lo squadrò di traverso e disse tagliente ad uno sbirro lì vicino:
«Arresta questo tipo che mi ha dato una botta, mi ha fatto cadere e mi ha rubato il portafogli».
- Perché fai questo? Lo sai che non è vero.
- Certo, ma io non solo sono ricco e bugiardo, sono pure uno stronzo malvagio.

Detto ciò, gli venne un aneurisma e si accasciò al suolo. Stava per crepare. Si rivolse, con l’ultimo rantolo, al suo salvatore: «Ti ho visto che mi hai spinto fino a terra: ridammi i miei denari, che mi hai rubato, per Caronte». L’altro, buono fino in fondo all’animo suo, gli diede un cent, che era tutto ciò che gli rimaneva, pagata la tisana. Il vecchiaccio afferrò il soldo e lo ingoiò per non dividerlo con nessuno, nemmeno con la morte. Ma soffocò e finalmente crepò.

Al suo salvatore non fecero nessuna festa, né offrirono onori, né intitolarono vie. Lo arrestarono perché fu dimostrato che il cent era moneta falsa.
Al contrario, all’orrendo vecchiaccio tolsero i denti d’oro che riposero in un ostensorio. Poi gli innalzarono un monumento alla memoria per avere contribuito a smascherare un falsario in punto di morte.

Cose da pazzi. Cosa che succedono anche in Italia.

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Cos'è Haiti - 2ª Parte

Parte 2ª
Haiti: 1789-1804. I giacobini neri.


Società di caste, poiché al di sopra della massa degli schiavi neri si trovava il piccolo gruppo degli affrancati, quello dei mulatti, poi i piccoli bianchi e infine l’aristocrazia creola, la società di San Domingo fu sconvolta dalla Rivoluzione francese. I primi a muoversi furono i 40.000 bianchi e i 30.000 mulatti: i piantatori, scontenti del sistema commerciale che li lasciava in balia della borghesia di Bordeaux e Nantes, presero parte con entusiasmo alla Rivoluzione del 1789, sfoggiando la coccarda rossa e formando la guardia nazionale. I mulatti, per difendersi contro i piccoli bianchi e i rivoluzionari, sostennero l’amministrazione reale. La rivoluzione a San Domingo si concretizzò sia nella lotta dei piccoli bianchi contro i mulatti, sia nell’alleanza dei mulatti e degli aristocratici, sia nella rivolta dei creoli contro la Francia e, al termine di questa lotta di fazioni, di queste rivoluzioni a catena che si succedettero dal 1789 al 1791, gli schiavi si sollevarono e quindici anni di guerra sconvolsero quello che era stato il «giardino delle Indie occidentali».

Lotta degli schiavi contro i padroni, lotta di razze, lotta delle classi conversero in una guerra che si complicò per l’intervento straniero, inglese e spagnolo. Diretta da vecchi schiavi, Toussaint L’Ouverture (1743-1803), Jean-Jacques Dessalines (1758-1806) ed Henri Cristophe (1767-1820), la lotta per la liberazione toccò livelli estremi di violenza a causa dell’accanimento dei coloni, contrari a qualunque concessione, dell’atteggiamento d’incertezza dei meticci, che appoggiano ora i creoli ora i Neri, e della divisione tra i proprietari fondiari (mulatti) e i lavoratori (Neri).

L’indipendenza è pagata a caro prezzo: dopo che Napoleone ebbe ristabilito la schiavitù, abolita dalla Convenzione per ottenere la pacificazione di Haiti, Toussaint L’Ouverture, che era riuscito a liberare gli schiavi e a sventare i tentativi anglo-spagnoli di conquista, nel 1802 viene catturato dal generale Leclerc, capo della spedizione inviata dall’imperatore, e tradotto in Francia, ove morirà in carcere. Dessalines e Cristophe condussero allora una lotta durissima contro il corpo di spedizione, che sterminò i bianchi e distrusse città e piantagioni; nel 1804 riuscirono a cacciare i Francesi e proclamarono l’indipendenza di Haiti.

Continua...

(Qui la 1ª Parte)

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lunedì 18 gennaio 2010

Cos'è Haiti - 1ª Parte

Parte 1ª
Haiti: un po’ di storia


Haiti era il nome che gli indigeni davano alla grande isola verso la quale fece rotta Cristoforo Colombo dopo aver toccato per la prima volta terra. Ribattezzata Hispaniola dai colonizzatori, la grande isola servì loro da base per la conquista del continente e fu la prima terra americana a soffrire dello shock biologico, sociale ed economico dovuto al contatto tra i due mondi, dello scontro tra il «vaso di terra e il vaso di ferro», come ebbe a definirlo un ecclesiastico spagnolo, rifacendosi a una favola di Esopo. In vent’anni la popolazione sarebbe diminuita da almeno un milione a 60.000 abitanti. Le malattie portate dall’Europa, l’imposizione di sistemi di vita estranei e il lavoro forzato furono le principali cause dell’ecatombe che sarebbe stata denunciata dal domenicano Bartolomé de Las Casas. Per suo suggerimento Carlo V permise l’importazione di schiavi africani.

La colonia spagnola, fondata da Colombo nel sud-est dell’isola, vegetò sino al XVIII secolo, mentre la parte occidentale di San Domingo passava sotto la dominazione francese. All’origine di questa divisione vi è la stupefacente e turbolenta fratellanza dei bucanieri e dei pirati, i celebri fratelli della costa che, partendo dalla loro isola della Tortuga, saccheggiavano i Caraibi.

Nel 1697 il Trattato di Rijswijch tra Francia e Spagna riconosceva alla prima il possesso della parte occidentale dell’isola. I fratelli della costa avevano già iniziato a coltivare il cacao, l’indaco, il cotone e la canna da zucchero e avevano introdotto il lavoro servile, catturando in Giamaica migliaia di schiavi neri. Nel XVIII secolo San Domingo francese conosceva un prodigioso periodo di sviluppo grazie alla fertilità del terreno e all’importanza del commercio. La mancanza di manodopera incrementò la tratta dei negri, nel quadro del famoso commercio triangolare (Francia-Africa-Antille-Francia) che fu alla base della prosperità dei porti atlantici francesi. Oltre ai Neri, i coloni fecero lavorare i bianchi, che potevano affrancarsi al termine di un contratto pluriennale nelle piantagioni di zucchero e di caffè.

Gli ultimi anni del XVIII secolo furono contrassegnati da una grande prosperità: tra il 1783 e il 1789 raddoppiò la produzione di zucchero e di caffè; nel 1876, furono importati 27.000 schiavi e, nel 1787, più di 40.000. Nel 1789, più dei due terzi dei 500.000 schiavi erano nativi dell’Africa. Le condizioni in cui vivevano gli schiavi è ben nota, così come la non applicazione dei Codici neri, istituiti dal re per proteggerli dalla brutalità dei loro padroni. Alla vigilia della Rivoluzione francese, lo scandalo conseguente alla notizia delle violenze e degli assassini perpetrati dal piantatore Le Jeune evidenziò la gravità della realtà.

Continua...

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Fermo davanti a un distributore di preservativi a meditare

Lettera del presidente del Consiglio alla corte che segue il procedimento per i diritti tv di Mediaset:

«Cari amici giudici del Tribunale di Milano, vi scrivo per farvi sapere che io sto bene e così spero tanto di voi. Cari amici, come sapete, il mio lavoro oggi mi porta qua domani là, sono come un palloncino gonfiato a elio in balia dei venti. So che vi state ancora occupando di me, che non avete mai pensato un istante di abbandonarmi e questo torna a Vostro onore e a mio conforto. Avrei voluto esserci in aula per rendervi delle dichiarazioni in merito ai Vostri sfruculiamenti ma, purtroppo, ripeto, ho tante cose da fare; stamattina, per esempio, sono stato dal mio parrucchiere che mi ha sbarbato, pettinato (?) e sistemato alcuni foruncoli dispettosi. Finito da lui ho fatto una visitina al mercato ortofrutticolo per vedere se trovavo cavoli freschi d’orto che mi piacciono tanto impiastricciati con la mostarda. Poi sono andato all’ufficio postale per delle bollette scadute e per pagare il canone alla Rai-Tv: vi rendete conto, io, padrone dell’impero dell’etere, ridotto a pagarmi l’abbonamento Tv altrimenti mi slitta l’appuntamento canonico con il salotto di Vespa a Vespa. Due ore dopo ne sono uscito stressato e subito mi sono infilato in un negozietto dove si trovano delle bandane che sono una vera sciccheria: ne ho prese tre biancorossoverdi. Sono altresì passato dal forno per un chilo di michette da sgranocchiare per ovviare ai languorini e una capatina al bar per un’acqua tonica. Rinfrescatomi il gargarozzo sono passato dai VV UU per una multa non pagata per eccesso di bagni di folla non autorizzati. Alla fine sono arrivato nei pressi dell’Ikea dove ho comprato un armadio a muro di tremila chilometri per infilarci tutto il partito dell’amore che non so più come gestirlo. Ma tu pensa che idea del menga m'è venuta con questa storia dell'amore. L'altro giorno mi sono fermato davanti a un distributore automatico di preservativi a meditare e m'è venuto spontaneo prelevarmeli tutti: sì, li ho dati in beneficenza a tutti coloro che me ne facevano richiesta. Io sono fatto così: o tutti o nessuno».

«Cari amici giudici, vi renderete conto da soli, quindi, di quanto la mia vita sia una eterna lotta contro il tempo. Domani, per esempio, mi aspettano altre noie di questo tipo e vi assicuro che non ve lo auguro proprio, specie i pranzi di recupero con Fini. Devo anche dirvi che domani, probabilmente starò pure digiuno perché per ora, non so, soffro un periodo di mancanza di appetito, quindi, debilitato, non potrò proprio incontrarvi. Il mio staff sta verificando se le persone che io frequento siano causa di questo mio problema. Voi, però, cari amici, anche se io dovessi mancare (facciamo corna) per un altro paio di mesetti, procedete pure senza di me che mi fido di voi, però vi mando il mio azzeccagarbugli di fiducia. Certo che quando finirete con il mio avvocato, sarete talmente sfatti che non vorrete più chiamarmi a rispondere. Questa situazione continuerà così finché non mi cresceranno ulteriori capelli e finché non mi sarò elevato in altezza per almeno 10 cm».

"Con molta stima e simpatia
Vs. Silvio Berlusconi,
indaffarato permanente".

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domenica 17 gennaio 2010

Gli ex-bamboccioni come Brunetta, possono fare il sindaco?

I cicli del brunetta-pensiero: Brunetta sindaco di Venezia?
Il ministro Brunetta nel corso del suo intervento ha parlato anche della sua possibile candidatura a sindaco di Venezia. «Sindaco di Venezia? Per ora non si sa nulla: amo tantissimo la mia città ma non mollerò nulla», ha detto Brunetta, ex-bamboccione doc, ripetendo che nulla è ancora deciso: «Vediamo cosa succede, la vita riserva tante sorprese - guarda mo' come mi sono ridotta per non passare inosservato - ma io continuerò, in ogni caso, a fare il ministro».

Per rispondere al titolo di questo post, direi che sì, lo possono fare, a patto di dimostrare che il saper fare il letto non ne implichi pure l'averlo pipizzato nottetempo, che già a Venezia c'hanno il problema dell'acqua alta: ci manca pure la pipì bassa del sindaco.

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sabato 16 gennaio 2010

Una professione di riserva ci vuole sempre

Storie minime di mestieri succulenti: cosa dovrebbe fare un dentista a cui venissero a mancare, di punto in bianco, tutti i clienti?
Potrebbe indossare un paio di scarpe di due o tre punti in meno, camminarci su per un paio di mesi e finalmente imparare a curarsi i calli.

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venerdì 15 gennaio 2010

Di Pietro 007: da Montenero di Bisaccia con Amore

Di Pietro: "Pronto un dossier contro di me, mi accusano di essere al soldo della Cia".
Ma che c'azzecca, dich'io? Si vede che non hanno di meglio da fare.

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Ma come hanno fatto a diventare presidenti, ministri, sottosegretari e deputati?

Ma come hanno fatto a diventare presidenti, ministri, sottosegretari e deputati? Saranno sicuramente dei geniacci. Qui non si tratta di centro, o di destra o di sinistra. Si tratta invece di veri e propri specialisti del governare: così come stanno le cose pare che i nostri attuali e quelli passati siano in grado di governare automaticamente, basta essere eletti e per "magia" ti ritrovi su una bella cadrega di piombo. Io, però, ritengo che non basta una laurea per saper governare o le promesse di un buon e generico governo.

E allora prima, molto tempo prima, gli aspiranti all'amministrazione del Paese, devono iscriversi ad un corso superiore che li prepari a governare: un corso di specializzazione con attestato o patente finale, che dovrebbe fugare ogni dubbio sulle loro capacità. Visto che a governare e a sottogovernare lo possono fare tutti col sistema attuale (avere un pozzo pieno di soldi è fondamentale), sia cani sia porci, sarebbe giusto che chiunque decida di dedicarsi al proficuo mestiere di politico con palle di governo, debba frequentare un corso obbligatorio e a pagamento. Per il bene del Paese, certo, e per le nostre tasche direi anche. Dopo tiricinio duro e serio ed esami pubblici, allora si può dare il via libera: una bella patente per governare, non come quella per guidare, che spesso dà risultati tragici - vedi pirati della strada, ubriaconi e quant'altro - non vorremmo vedere i pirati della politica aggiungersi al libro nero. I governi sono il risultato del livello politico, culturale e morale di chi li va a votare.

Mettiamoci pure un bel gettone di presenza per i più volenterosi e un minimo di stipendio. Avanti, vediamo che vorrà diventare primo ministro, o ministro o deputato. Perché il principio che deve smuovere la coscienza del soggetto che entra in politica è solo uno: l'Amore per questo Paese.

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giovedì 14 gennaio 2010

Nel momento preciso di quando dichiarò che non avrebbe ridotto le tasse

Nel momento preciso di quando dichiarò che non avrebbe ridotto le tasse, dalla folla venne un silenzio assordante. Volarono duomi, volarono duonne a nugoli: gli italiani si erano svegliati dall’obnubilamento dei tre lustri. E finalmente si vide un po’ di movimento dinamico intorno a quelle parole oscure. Più volavano duomi, più lui s’abbassava. E quando si rialzava, ecco, volavano duonne a lui tanto care. Come al tirassegno del luna-park. Si beccò un colpo di duonna nel radio e quello s’accese automaticamente e disse: “Radio anch’io! Radii anche tu?”. Un altro colpo di duonna lo colpì nell’osso sacro e quello subito s’adontò come se fosse stato manomesso contronatura.

Fu allora che la scorta fece cerchio come Custer contro i Sioux. I colpi di duomi e di duonne s’infransero sul quel bel cerchio e lì si sciolsero tutte le speranze dei lanciatori: finalmente il cerchio quadrava perfettamente. Tutti s’accalcarono, ma il nostro era sparito, volatilizzato. Ecco, nei minuti dettagli, come avvenne la cosa: prima sparì la bandana, poi il volto con le tracce delle tremende ferite tartaglianee, poi il collo e quel sorriso incantatore di masse, anche l'ultima barzelletta svanì, via via il petto e i bicipiti che si erano fortificati durante le vacanze post-duomo, l’addome, le natiche, e tutt’e due i piedi: solo, rimase una scarpa. L’editto seguente proclamò successore chiunque avrebbe indossato quella scarpa presidenziale. Si fecero avanti la metà della popolazione italiana in possesso di piedi normali a una scarpa. Si fecero avanti perfino gli immigrati. Ma nessuno possedeva il piede fortunato. E finalmente venne il possessore dell’altra scarpa.

Il pubblico gemette goduto.

Quando poi, all’apoteosi finale, dichiarò che "Gli attacchi di alcuni pm sono peggio di Tartaglia", pensai: è arrivata di nuovo l’ora dei duomi e delle duonne.

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Minzoloni, il guerriero del Tg1

Non sempre la ragione anima il guerriero del Tg1. Ci sono momenti in cui non crede minimamente in quello che dice, ma lo dice perché gli discende dall’alto… dell’etere. E mira dritto al cervello dei teleutentipaganticanone del Tg1: “Ne varrà la pena sforzarsi tanto per un uomo che è nel mondo dei più, che non gliene frega assolutamente nulla dei Minzoloni e dei Berluschini?”.

Lui vorrebbe rispondersi ma il suo cervello non connette con il resto del corpo. E dire che è stato dimostrato scientificamente che la psiche e le physique stanno in perpetua relazione: l’informazione, è evidente, non ha fatto il giro degli amici. Minzoloni è là, davanti all’occhio della telecamera e deve andare avanti: milioni di telepati paganti canone attendono, vogliono conoscere la parola chiave, la tremenda latina parola che quella parte di cervello che non è in connessione col resto del corpo ha deciso di sparare rendendola pesante, misteriosa e decisiva. Vulnus. L’ha detta, finalmente: un Vulnus ha stroncato i rapporti tra la politica (che è maschia; quella italiana) e la magistratura (che è femmina: quella italiana, appunto). È scoppiato un Vulnus, un colpo di Vulnus che a dieci anni di distanza dalla scomparsa del “grande statista”, resta ancora inciso nella testa del guerriero. Con questa parola, Vulnus, siamo a cavallo: noi renderemo oggi i nostri debiti allo scomparso così come lui li aveva resi a noi, (considerato anche che le tasse - il nostro premier ha deciso - non si abbattono, eh eh eh...).

Ma il gran Minzoloni deve cercare un esempio ancora più profondo di un Vulnus qualsiasi e si ricorda che Craxi, per poter vivere quella condizione umana nella sua più completa contraddizione – cioè dello statista e del corrotto (come dichiara Di Pietro) – attraversò un momento – il famoso lancio delle monete contro la sua persona - di grande mortificazione umana che gli servì a prendere coscienza del suo Stato e a fortificarlo; a causa di quel momento catartico, oggi, è giusto che allo scomparso gli si rendano omaggi e opere di pene, di bene, volevo dire.

Minzoloni ha fede negli italiani, e prosegue con la fede nel cuore, il suo cammino trionfale nell’etere. Minzoloni, per favore, salvaguardiamolo: non fategli scoppiare un Vulnus, che poi si dirà «È di quegli anni il vulnus che alterò i rapporti fra Minzoloni e i teleutentipaganticanone del Tg1». E dovremo reintitolare anche a lui, non una via magari già tutte estinte, ma la statua equestre a guardia della Rai.

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mercoledì 13 gennaio 2010

Nella politica italiana del perdono i conti non tornano proprio

Nella politica italiana del perdono i conti non tornano più
ovvero
Il perdono non sempre è appagante

Berlusconi perdona Massimo Tartaglia “ma serve un cambiamento: non è possibile aggredire così le istituzioni”.

Papa Ratzinger perdona Susanna Maiolo e il Vaticano fa sapere che, di certo, “non vi saranno azioni giudiziarie”, perché la ragazza è “fuori di qualche rotella”.

Quesito: perché la giornalista Sonia Sarno non perdona Gabriele Paolini?

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martedì 12 gennaio 2010

L'uomo che aveva un terribile difetto di pronuncia

Il vecchio politicante decise di appendere la politica al chiodo, schifato di tutto e di tutti. Sua moglie, per premiarlo, gli regalò un divano da 1.000,00 € perché potesse finalmente riposare le sue stanche membra. Il vecchio, mica tanto, con la pensione d’oro che intascava ogni mese era l’ex politico più felice del mondo. A modo suo un filosofo e godereccio delle piccole cose della vita. Amava ripetere spesso alcuni luoghi comuni come, ad esempio: “largo ai giovani”, riferendosi al fatto che lui ormai aveva lasciato. Il poveretto, mica tanto, aveva da sempre un difetto di pronuncia e tutte le volte che incontrava una go in finale di parola, sistematicamente la trasformava in do.

Esempio: “logo” diventava “lodo”.
Così tutti avevano ormai imparato la sua battuta preferita che era praticamente nota come “lardo ai giovani”; da qui a dire “date lardo ai giovani,” il passo fu breve.

Basta là. Un bel giorno un giovane suo pupillo gli chiese un po’ di lardo per avanzare nella carriera politica. Il vecchio furbacchione della politica naturalmente voleva qualcosa in cambio. Il giovane capì al volo e il vecchio gli diede il suo lardo in cambio di una velina. E in quel divano da mille euri successe il vivamaria. Vah che all’improvviso tornò la moglie dalle vacanze e vide che il divano si era tutto sconocchiato e pensò: “Un divano non si sconocchia da solo!”. E venne al marito, lo guardò dritto negli occhi e capì. Capì quanto era stata scema. Il silenzio seguente durò esattamente meno di due lunghissimi secondi. Poi la signora sbottò: “Ah, avessi almeno il coraggio di confessare che ti sei divertito sul tuo, sul nostro divano da mille euri (che lei aveva comprato per loro due). E adesso che lo hai profanato io lo sbatto fuori di casa”. Così fece. Prese due immigrati con regolare permesso di soggiorno che passavano da sotto casa, di quelli che erano scappati dall’ultima caccia all’uomo, li pagò pregandoli che si portassero il divano nel posto dove avevano alloggio.

Infine, la signora, satura di rabbia, decise che era giunta l’ora di traslocare. Voleva portarsi via tutto. Il vecchio porco subito divenne servile e viscido poiché anch’egli non vedeva l’ora di liberarsi delle pastoie coniugali. Allora disse alla moglie, ad alta voce: “Va bene, cara, per il tuo trasloco ti prenderò un grosso cardo, così potrai infilarci tutto quello che c’è in casa”. La moglie, appena capì il senso del discorso, si mise a ridere come una fedifraga alle prime armi e pensò lungamente al cargo sotto forma di cardo. Si rappacificarono subito e si misero a camminare a quattro zampe in avanti e indietro come finti democratici falliti.

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La Joconditate ad libertatem di Leopardo Stravinci

La Joconditate di Leopardo Stravinci

Così sarà trasmessa ai posteri l'immagine della Joconditate ad libertatem, il sorriso enigmatico più intemperato degli ultimi 150 anni. Nella casa-museo della Joconditate saranno custoditi tutti gli oggetti amati da questo straordinario personaggio, dalla bandana originale alla chitarra del fido Apicella, dalla pelata di Bondi allo sguardo languido di Cicchitto, dall'eminenza grigia di Letta alle paffute guanciotte di Bonaiuti, dal fiero compagnone Dell'Utero al fine dicitore Capezzone, insieme alle cere dei vari personaggi e veline che lo hanno supportato in carriera. L'artista Leopardo Stravinci, discendente del grande Leonardo, è riuscito nell'impresa di omettere, nel ritratto, tutto il No B-Day e il noto Vaffanculo-Day di Grillo, che hanno fatto da contrappunto, nobilitandola, all'esistenza del nostro. Stravinci, importante pittore del centro-sinistra, è riuscito soprattutto a immortalare quell'enigmatico sorriso subito dopo la grande mutazione di don Silvio, che si chiamava così prima di nominarsi Joconditate, esito di una conturbante e intensa campagna d'amore che lo ha praticamente trasformato in superiore qualità essendo stata accertata l'innocenza in nuce del medesimo. La casa-museo sorgerà in una via da poco rinominata come via Craxi. Tutto questo succederà perché in Italia vige la politica del mango, che si balla avvinghiati come nel tango, pur sguazzando in mezzo al fango.

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lunedì 11 gennaio 2010

Mammaiutglialfani e il processo breve

«Abbiamo deciso di pranzare col piatto della giustizia ristoratrice restaurata: partiranno immediatamente delle indigestioni di prova all’interno della colazione privata per arrivare ad uno scoreggio di testo intestinale della grande abbuffata, la cui portata si chiamerà giustizia ad libertatem da sottoporre subito a lavaggio gastro-intestinale». Lo ha detto il capo-chef del ristorante “Mammaiutglialfani!”, famoso coautore del Brodo-Alfano, uscendo dalla porta sul retro del vicoletto di Palazzo Graziosiassai.

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Berlusconi: io mi indigno con ad

Berlusconi riparte dalla giustizia
«Leggi ad personam? Mi indigno».

Voce del verbo “Io mi indigno con ad”.
Il presente indicativo: "Io mi indigno con ad personam", diventa, magicamente: "Non m’indigno con ad libertatem".

Rispondendo a una domanda sulle ormai celebri statuette del Duomo, ha detto: «Hanno perso di valore, ormai te le tirano dietro gratis... casomai mi preoccuperei se mi tirassero la statuetta di piombo di Gianfri: quella sì che potrebbe farmi male”.

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domenica 10 gennaio 2010

1 enterogelmini ogni 8 ore a chi soffre di crisi d'identità razziale

Una ministro ex-poliantiscolastico resistente che ha sconfitto (e ridotto in percentuali non proprio uguali) l'aberrante limite di separazione tra studenti di colore bianco che vanno a scuola e studenti di colore strano che vanno nella stessa scuola.
Grazie alla enterogelmini la ministra si presenta sempre in forma smagliante ed è disponibile solo per parlare di integrazione scolastica e superamento delle differenze razziali.

Per i recenti odiosi e vergognosi fatti rosarnesi si consiglia di assumere 1 fiala di enterogelmini ogni 8 ore a tutti coloro che soffrono di disturbi d'identità razziale remota, recente e futura. Potrebbero guarirne.

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Perché il papa non va più in pellegrinaggio a Rosarno...?

Perché ormai gli immigrati brutti, sporchi e selvaggi dalla pelle nera sono stati trasferiti nei centri di Bari e Crotone.
Peccato, sarebbe stata un'occasione unica per il papa dare un aiuto sostanzioso a questa umanità, soprattutto nell'ammutolire i razzisti e i loro mandanti travestiti da persone perbene e da patrioti: nel post precedente, infatti, avevo proposto (sic!) al papa di fare una visita a Rosarno. Ma non gliene mancherà l'occasione, visto i movimenti razzistici che stanno attraversando la nostra vergognosa Italia.
Volere è potere, specie nel sacro.

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Heracleum