domenica 16 ottobre 2016

Dramma al parcheggio antistante una spiaggia pietrosa con la notizia del premio Nobel a Dylan

Scesi fino al mare, circa 10 mt. Sulla battigia mi spossai tanto. Il vento calava dalla montagna e cadeva in mare. I miei capelli non fluttuavano a causa dello scirocco perché non ne avevo che quattro o cinque, corti. Decisi di sedermi sul muretto che dava da un lato sul mare, dall’altro sull’asfalto molliccio del parcheggio sfatto dal sole. Dovevo solo scegliere il verso dello sguardo. Verso l’infinita linea dell’orizzonte marino, o sullo scarafaggio da spiaggia che mi passeggiava tra le scarpe. L’eterna mia indecisione. Sputai su quello immondo insetto, ma non lo schiacciai – schifo mi fanno gli scarafaggi schiacciati - e girai la testa verso il mare. Era grosso adesso e si imbarcava ad ogni istante di vento in grossi ciuffi biancastri. Tra un po’ la temperatura sarebbe arrivata anche a 40°.

Stavo morendo di sete. L’unico che non aveva acqua con sé ero proprio io. Il più mentecatto. Tutti gli altri bevevano, i più furbi. Già una volta m’era capitato ‘sto guaio durante una gita scolastica alla Valle dei Templi. A quel tempo avevo solo due o trecento lire e solo 12 anni di vita. Pochi per comprarmi una borraccia e per riflettere in profondità col senno di prima. Fontanelle nei dintorni niente. Neanche allora ce ne stavano da quelle parti.

Ma in quel parcheggio, dopo circa venti-trenta minuti di mancanza d’acqua, mi accorsi che ci stava un bar proprio al suo centro. E corsi verso quel bar. No, non era un miraggio. Mi scontrai contro un muro umano di assetati gestiti da un posteggiatore abusivo con tanto di berretto bianco da gelataio e relativo fischietto da arbitro o vigile urbano. Costretto dal muro a fermarmi gli ordinai un cono al limone. Nel frattempo che me lo preparava notai tra gli assetati un fermento sanguinoso molto aggrovigliato. Erano sudatissimi e gli colavano liquidi dagli orifizi. Alcuni altri si sistemavano in modo tale da poter succhiare i liquori dei sudati e calmare così la loro sete. Era uno orribile modo di dissetarsi. Anche il posteggiatore fu succhiato avidamente fino a sparire. Di lui restò solo il berretto bianco. Del fischietto si persero le tracce.

Ad un tratto sentii come un fitta di note inconciliabili e dolorose alle orecchie. Il televisore del bar annunciò che Fo era morto. Svenni per il caldo e per la mancanza d’acqua. Quando ripresi i sensi lo stesso televisore annunciava che Bob Dylan aveva vinto il premio Nobel, praticamente in zona Cesarini, a quasi due passi dal blowin’in the wind, dal quel vento di scirocco che mi stava uccidendo. Che c’entrava Dylan con la letteratura? Secondo gli aristoletterati, niente. Invece a mio giudizio insindacabile hanno fatto bene a premiarlo. Che c’entrano gli aristoletterati col popolo? Niente.

Ma forse sarebbe stato meglio morire da piccoli, stando ai luoghi comuni dei senza futuro. Godendo quel poco di scomoda giustizia che faceva brillare un poppoeta cantante come Dylan di fronte ai grandi esclusi. A quel punto non mi restava che rientrare nella mia automobilina rossa, che mi avrebbe portato verso una nuova area di parcheggio. Nel portabottiglie non c’era acqua perché mancava la bottiglia. Arriverò mai davvero nel nuovo luogo magari senza quel vento?

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Heracleum