sabato 1 aprile 2017

Morire per troppo lavoro

Torino: "Troppo lavoro, non ce la faccio più". E si impicca nel magazzino dell'azienda. Il carico di lavoro era diventato troppo pesante. E alla fine lui non ha più retto. Claudio Quadrini, 51 anni, si è tolto la vita nell’azienda per cui lavorava. Leggere qui, please.
Coerentemente come recita il vecchio adagio: "A casa del padrone ogni giorno è festa"!
E a lavoro fatto si attende il compenso.
Ma quale ne può venire da un carico di lavoro eccessivamente esagerato?

Tra gli eponenti del mondo politico e sindacale la prima reazione sgomenta è arrivata dal deputato di Si Giorgio Airaudo: "Esprimo a nome di Sinistra Italiana le più sentite condoglianze alla famiglia del lavoratore della Rosati di Leinì suicidatosi per il troppo lavoro - ha detto il parlamentare torinese -, in Italia viviamo un paradosso: pochi costretti ad ammazzarsi di lavoro mentre la maggior parte è soggetta a precarietà e sfruttamento. Ora basta. In Italia non si può morire di lavoro". Giusto.
E quindi?

Basta cancellarlo definitivamente.
Così di questo peso e dell'altrui lavoro non se ne sentirà più né la precarietà, né lo sfruttamento, né la disoccupazione.
Se il lavoro produce morte, e non più nobilitate, tanto vale separarle.

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